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Petrolio illecito dalla Libia, business da 51 milioni

l'inchiesta a catania

Petrolio illecito dalla Libia, business da 51 milioni

Ben 82 milioni di chili di gasolio libico rubato ha invaso il mercato italiano tra il 2015 e il 2016, con guadagni quantificati in 27 milioni di euro e in 51 milioni per il valore industriale di mercato. Un business illecito gestito da presunte articolazioni collegate con Cosa nostra, maltesi e organizzazioni libiche con sospetti legami con l'Isis, che ha comportato un mancato incasso per il bilancio italiano e quello comunitario di Iva per oltre 11 milioni.

L'inchiesta
È il cuore dell'inchiesta della Procura di Catania, che ha ottenuto l'arresto di nove persone (sei in carcere e tre ai domiciliari): Marco Porta, 48 anni, amministratore delegato della Maxcom Bunker Spa, società con sede legale a Roma che si occupa del commercio all'ingrosso di prodotti petroliferi e di bunkeraggio delle navi; Nicola Orazio Romeo, catanese di 45 anni, indicato da alcuni collaboratori di giustizia come appartenente alla frangia mafiosa degli Ercolano. Manette anche per due libici, uno dei quali, Fahmi Mousa Saleem Ben Khalifa, che avrebbe guidato una milizia armata stanziata nella zona costiera al confine con la Tunisia, e che avrebbe consentito a navi cisterna di rifornirsi del gasolio. Il carburante sarebbe stato poi trasbordato su natanti nella disponibilità di società maltesi che lo trasportavano in porti italiani per conto della Maxcom Bunker. Tra i destinatari dell'ordinanza anche due maltesi Darren e Gordon Debono, entrambi di 43 anni, e un gruppo di collaboratori di Porta, finiti ai domiciliari: Rosanna La Duca, di 48 anni, consulente esterna della Maxom Bunker, Stefano Cevasco, di 48, addetto all'ufficio commerciale, Antonio Baffo, di 61 responsabile del deposito fiscale di Augusta.

Il sistema
Negli atti si legge che «per gli approvvigionamenti di combustibile in Libia veniva in rilievo la figura di Fahmi Ben Khalifa, il quale, avvalendosi della protezione garantita da milizie armate sotto il suo controllo e dei legami con alcuni funzionari dell'ente governativo titolare del monopolio sulla produzione, commercializzazione ed esportazione del greggio e di prodotti petroliferi, si procurava il prodotto proveniente dalla raffineria di Zawyia», 40 chilometri a ovest di Tripoli. «Dalle indagini – è annotato nelle carte – emergeva la dimensione transnazionale del sodalizio» e «la necessità di assicurare alla Maxcom Bunker spa costanti e irregolari approvvigionamenti di prodotto petrolifero ad un costo competitivo in quanto significativamente inferiore ai prezzi di mercato». Dalla Libia il combustibile finiva nel circuito legale italiano attraverso i porti di Augusta, Civitavecchia e Venezia.

Flussi finanziari
Stando agli investigatori della Guardia di finanza i trader «maltesi e italiani residenti a Malta (…) attraverso l'interposizione nelle operazioni commerciali di compravendita del prodotto» utilizzavano «apposite società schermo», consentendo così di «occultare l'origine libica e la provenienza delittuosa del gasolio destinato alla Maxcom Bunker spa». Gli inquirenti hanno scoperto che gli indagati predisponevano «falsa documentazione apparentemente vidimata dalla Camera di Commercio di Malta, attestante l'origine lecita del prodotto». Di rilievo «i flussi di denaro originati dalle illecite operazioni negoziali» che transitavano in appositi conti correnti accesi presso istituti di credito con sede a Malta e in Tunisia.

Dall'euro alla lira turca
A maneggiare la massa di capitali illeciti era Tareq Dardar, noto per la sua «spiccata competenza finanziaria». Risulta che ha «provveduto alla movimentazione di ingenti somme di denaro dalla Tunisia alla Libia e altri paesi arabi». Inoltre «ha fornito ingenti quantitativi di valuta (euro, dinari, lira turca e dollari), dietro cospicue commissioni di cambio, a vari soggetti, alcuni dei quali appartenenti alle milizie armate impiegati nell'attività criminosa». Dardar – si legge ancora nei documenti – «è risultato inoltre collegato alla frangia più pericolosa di una milizia armata responsabile, tra l'altro, di violenti scontri a fuoco verificatisi a Tripoli nel mese di marzo 2016, sfociati nell'uccisione del comandante della Sixth Team Brigade (Al Firqa – Al Sadisa)».

Maxcom Bunker: «Noi estranei»
La società coinvolta nell'indagine «dichiara la propria completa estraneità ai reati che vengono contestati e la propria profonda sorpresa per l'accaduto». Aggiungono che la società «procederà a una indagine interna, anche avvalendosi advisors indipendenti di elevato profilo. Ad ogni modo, la società manifesta piena fiducia nell'operato della magistratura».

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