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Referendum autonomia, ecco le strategie politiche (anche ambigue)

La consultazione IN Lombardia e Veneto

Referendum autonomia, ecco le strategie politiche (anche ambigue)

Il referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto del 22 ottobre apre - soprattutto in Lombardia - una questione di posizionamento politico. Talvolta poco chiaro. Prima di tutto va ricordato che la promotrice è la Lega Nord, e il coordinatore in Lombardia è Gianni Fava, che sfidò il leader Matteo Salvini alla guida del partito. I due politici appartengono a due correnti diverse dentro il Carroccio: il primo più moderato e allineato con Roberto Maroni, sostenitore delle istanze del Nord; il secondo, che sostiene il referendum ma senza impegno in prima linea, spinge invece da almeno due anni perché il partito abbia una vocazione nazionale. Due posizioni non sempre conciliabili, anche se Salvini ha per tutti i leghisti il merito di aver riportato molti vecchi elettori a votare, rispolverando il linguaggio e lo stile schietto e semplice che un tempo erano propri di Umberto Bossi.

Il Movimento 5 Stelle e la Lega

A sostenere l’iniziativa, oltre a Forza Italia, è anche il Movimento 5 Stelle, che in Lombardia ha minore peso rispetto al Centro e al Sud. Molti osservatori hanno visto in questa comunanza di idee circa la finanza locale una prima prova di alleanza per il futuro, magari per le politiche. Del resto proprio Salvini è sembrato in varie occasioni vicino al M5s, pur essendo alla fine rientrato all’interno dell’alleanza tradizionale di centrodestra. Ma ancora i giochi per le politiche della prossima primavera non sono fatti.

Inoltre in Lombardia nel 2018 ci saranno anche le elezioni regionali, e anche in questo caso bisognerà vedere il posizionamento dei partiti. Certo è che i pentastellati, a parte questo caso, non avevano mai manifestato una vocazione federalista.

«Faccio il tifo per tutti quelli che chiedono e si attivano per ottenere maggiore autonomia. Rilevo che Stefano Bonaccini si è mosso dopo che io e Zaia abbiamo indetto referendum, quindi in qualche modo lo abbiamo stimolato» ha dichiarato Roberto Maroni a Radio 24. Bonaccini, in Emilia Romagna, ha avviato il percorso con il premier Paolo Gentiloni firmando un patto pochi giorni fa, senza passare dalla via del referendum.

Per il governatore veneto Luca Zaia «la gestione di questo paese è stata una gestione centralista e assistenzialista che ha devastato i conti pubblici. E quindi fanno paura i veneti che vanno al voto».

Il Pd e i sindaci del Nord

Questa la posizione più scivolosa. Ci sono 7 sindaci del centrosinistra che in Lombardia si sono dichiarati sostenitori del referendum. In particolare il sindaco del capoluogo, Giuseppe Sala, che pochi giorni fa si è anche augurato che le urne siano affollate. Sulla stessa scia il futuro candidato alle regionali lombarde del centrosinistra, Giorgio Gori, attualmente sindaco di Bergamo, che ha detto che andrà a votare per il Sì.

La segreteria locale del Partito democratico in Lombardia non ha contrastato in modo netto e chiaro il referendum, ma sostanzialmente ha tenuto una posizione critica, dicendo che si tratta di una consultazione inutile e dispendiosa (tra comunicazione e acquisto dei macchinari per il voto elettronico si arriverà a spendere cira 50 milioni).

A livello nazionale invece le parole del Pd sono negative, tanto che il vicesegretario Maurizio Martina, peraltro lui stesso lombardo e con un’esperienza da capogruppo in Regione e già alla guida del Pd regionale, ha detto che «la questione del residuo fiscale tirata in ballo dal governatore Roberto Maroni è un argomento da secessione al pari di quanto accaduto in Catalogna». Parole dure, che sottolineano ancora di più le contraddizioni interne ai democratici.

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