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Riaperta la questione regionale, serve responsabilità

L'Analisi|L’ANALISI

Riaperta la questione regionale, serve responsabilità

Il referendum di Veneto e Lombardia per l’ampliamento delle loro competenze porrà inevitabilmente dei problemi al futuro assetto del nostro paese. Non certo perché si tratti di iniziative illegittime od orientate contro l’ordinamento costituzionale vigente: nulla di simile a quanto accade in Catalogna e chi non lo capisce mesta nel torbido. Semplicemente perché siamo davanti ad una materia molto complessa che non si esaurisce in un pronunciamento a favore o contro l’allargamento dei poteri di governo delle regioni (virtuose).

Assegnare a una regione una ampia sfera di amministrazione è nello spirito stesso di quella scelta a favore di questi enti che risultò vincente nella nostra costituente. Sino da subito ci si scontrò con l’inveterata tradizione del nostro centralismo. Erano due visioni contrapposte che rimangono tuttora in campo: quella che ritiene che il miglior governo sia quello affidato ad una istituzione “vicina” agli amministrati e quella che pensa invece che in uno stato moderno si debba garantire l’eguaglianza delle prestazioni verso tutti i cittadini, sia a prescindere da dove hanno fissato la loro residenza sia tenendo conto della mobilità che li porta per varie ragioni a spostarsi da una regione all’altra.

Il problema italiano che questi referendum mettono a nudo rimane che non si è mai neppure cercato di trovare un contemperamento fra queste due esigenze, entrambe importanti oltre che legittime. Le regioni sono state attivate tardivamente e non tutte hanno dato buona prova di sé. Tuttavia c’è stata una fase, anche per compiacere il pasticciato secessionismo della Lega, in cui si è spinto l’acceleratore verso un ampliamento dei poteri delle regioni, che sono divenuti soprattutto poteri di spesa. I tentativi di regolare la materia con una riscrittura di una parte della Costituzione non sono stati felici: uno bocciato da un referendum confermativo, uno sopravvissuto azzoppato, hanno più che altro contribuito ad intasare di ricorsi la Corte Costituzionale chiamata ad arbitrare il conflitto
fra stato e regioni.

Ne era derivata una fase di svalutazione pesante delle regioni, considerate, un po’ troppo cumulativamente, enti spendaccioni e di sperpero, sicché sull’onda di campagne di indignazione pubblica verso le “caste” regionali si era cercato di optare per una regolamentazione più restrittiva che aveva trovato una sede in norme, per la verità non esattamente ben concepite, inserite nella riforma costituzionale Renzi-Boschi.

Con la sua bocciatura, la situazione era tornata nell’alveo delle norme precedenti, cioè in quel terreno scivoloso di incertezze sui confini fra stato e regioni in varie materie. Certo rimaneva attivo il combinato disposto degli articoli 116 e 117 della Carta, che prevedeva la possibilità di ampliare le materie da lasciare alla competenza delle regioni ordinarie ove queste avessero avuto i conti in regola. Ciò per le ovvie ragioni che si tratta di competenze che implicano spesa e che le entrate per coprirle andavano trovate lasciando alle regioni la gestione diretta di una quota del gettito fiscale che lo stato raccoglie nei territori di loro competenza.

Ora il tema che diverrà importante non è verificare se Veneto e Lombardia hanno i conti in ordine e le capacità amministrative per gestire questo allargamento di competenze, perché si sa benissimo che la risposta alla domanda è affermativa. Si tratta di valutare come si farà ad inquadrare questo cambiamento nel contesto di un paese che non presenta omogeneità sotto quel profilo e che è in una contingenza di notevole instabilità negli equilibri di governo. E per di più è in una complicata contingenza elettorale.

Già assistiamo a promesse indebite di allargamento di quanto richiesto da Veneto e Lombardia a tutte le regioni. Questo sì che è al momento un vulnus alle disposizioni costituzionali, perché si sa bene che non tutte le regioni hanno i conti in ordine. Ma si aggiunga che non c’è alcuna riflessione su come far sì che le competenze che eventualmente passeranno dallo stato alle regioni (tanto per far un esempio: quelle in campo scolastico e di ricerca) siano gestite in un’ottica nazionale che deve essere preservata se vogliamo rimanere una nazione. Si rimanda a “dopo” la soluzione di come si farà ad attivare presso la regione le burocrazie necessarie per gestire le nuove competenze e cosa se ne farà di quelle statali che attualmente se ne occupano.

Possono apparire questioni tecniche se non proprio di dettaglio, ma invece sono essenziali. In un quadro di lotte politiche esasperate e di tentazioni populiste che si insinuano dovunque si può ben immaginare cosa potrebbe significare una corsa al regionalismo sregolato. Non crediamo sia ciò che vogliono i vertici delle regioni che hanno promosso questi referendum, ma proprio per questo non possono esimersi dal disciplinare le loro domande e dall’affrontare responsabilmente i pericoli di derive disgregatrici che potrebbero sorgere a livello nazionale.

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