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Npl, governo e banche contro gli automatismi

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Npl, governo e banche contro gli automatismi

La linea del Piave della crociata nazionale contro l’inasprimento del trattamento contabile degli Npl, contenuto dall’addendum proposto dalla Bce, si sposta sugli automatismi di svalutazione. Nei giorni scorsi il vice presidente della Banca centrale, Vitor Constancio, aveva dato un primo segnale di ammorbidimento delle posizioni della Vigilanza, precisando che le nuove regole per gli accantonamenti prudenziali sui crediti, pari al 100% del valore del finanziamenti, saranno applicate solo sui contratti stipulati dopo l’entrata in vigore delle nuove disposizioni. Quella posizione è stata letta dal sistema bancario italiano come un segnale molto importante. Ieri è stato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco - nella sua prima uscita pubblica dopo la riconferma in occasione della 93ma Giornata del risparmio - a indicare i nuovi

confini dell’interlocuzione con Francoforte. «Le iniziative volte a favorire la riduzione del peso delle attività deteriorate annunciate in occasione del Consiglio europeo dello scorso luglio (ben diverse dall’approccio più drastico prospettato dall’addendum, ndr) vanno nella giusta direzione - ha detto -. Questo è anche l’obiettivo dell’introduzione, se graduale e ben graduata, di un approccio temporale alle svalutazioni dei futuri crediti deteriorati».

No agli automatismi
Il governatore, dunque, dà per assodata l’interpretazione secondo la quale le nuove regole non vanno applicate agli stock dei crediti in essere. E va oltre: per i nuovi crediti possono andare bene, a patto di renderne graduale e calibrata l’applicazione. Oggi quelle regole prevedono che il credito debba essere svalutato in toto dopo 90 giorni di mancato pagamento, su un arco temporale di 2 anni per i finanziamenti non garantiti e di 7 anni per quelli garantiti. Un automatismo inaccettabile per il sistema bancario e sui quali ha messo i paletti anche il governatore, parlando di necessità di gradualità e di calibrazione. Va ricordato, però, che Banca d’Italia si era sempre dichiarata a favore di un meccanismo di calendar provisioning dei crediti, ovvero di svalutazioni prefissate e crescenti nel tempo, da ultimo anche a luglio in occasione dell’assemblea Abi. Posizioni molti più tranchant sono state espresse ieri dal presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, e dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli. Secondo Guzzetti i criteri dell’addendum «fondano la dismissione» dei crediti «su un discutibile automatismo, sottovalutando le diversità delle giurisdizioni, la capacità di gestione degli stessi prestiti a livello aziendale». A suo avviso quelle regole «vanno nettamente ripensate». Patuelli, parlando a margine dell’evento, ha definito l’addendum e la previsione degli automatismi «un terremoto normativo».

L’accelerazione
Il ministro per l’Economia Pier Carlo Padoan ha ricordato il «confronto aspro» avuto con Bruxelles sugli Npl ed è tornato a ribadire la necessità di «creare le condizioni perchè le banche possano liberarsi di queste attività in condizioni e tempi ragionevoli, evitando trasferimenti di ricchezza a pochi soggetti privati». L’Abi e lo stesso Visco hanno ricordato l’importante percorso già compiuto dalle banche nel corso del 2017: ad agosto le sofferenze nette erano scese a 65,3 miliardi, con un rapporto sugli impieghi al 3,9 per cento. Il rapporto tra il totale degli Npl e gli impieghi, ha detto Visco, a inizio 2018 dovrebbe attestarsi all’8 per cento.

I fondi interbancari
Il governatore ieri è tornato a parlare anche del ruolo chiave avuto negli anni passati dei fondi interbancari di garanzia dei depositi nella prevenzione e soluzione delle crisi bancarie. Li ha citati a proposito degli strumenti per tutelare i depositi presistenti alle nuove regole sulla crisi bancarie introdotte dalla Ue. «In Italia alla fine degli anni Ottanta è stato istituito il fondo interbancario di tutela dei depositi che si è affiancato al Fondo di garanzia dei depositanti del credito cooperativo - ha osservato -. Grazie all’operare di questi fondi, al peso contenuto delle passività bancarie diverse dai depositi e all’impiego di risorse pubbliche, fino all’entrata in vigore delle nuove regole europee le crisi avevano comportato perdite solo per gli azionisti degli intermediari coinvolti». L’utilizzo di quei fondi per prevenire le crisi è stato bloccato da un’interpretazione della Dg Concorrenza della Ue. Nei giorni scorsi era stato il responsabile della vigilanza, Carmelo Barbagallo, a insistere sulla necessità di sbloccare l’utilizzo dei fondi interbancari per gli istituti non sottoposti a risoluzione. Emendamenti in questo senso potrebbero essere presentati in Parlamento Ue in occasione della direttiva sui requisiti di stabilità (Crd4) in revisione nei prossimi mesi. Il sistema bancario, certo, non ne sarebbe felice, visto che il contributo delle banche a quei fondi sarebbe obbligatorio. Il sistema bancario, ha sottolineato ieri Patuelli, ha già contribuito «con dieci miliardi, negli ultimi tre anni, per i vari fondi italiani ed europei per le banche in difficoltà». Come a dire,abbiamo già dato.

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