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Pirlo dice stop: e l’Olimpo del calcio italiano adesso è davvero…

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Pirlo dice stop: e l’Olimpo del calcio italiano adesso è davvero vuoto

Confesso che nella mia testa Andrea Pirlo aveva già dato l’addio al calcio un paio di anni fa, nel settembre del 2015, quando dopo un paio di esibizioni piuttosto mediocri (contro Malta e Bulgaria) si era separato in modo definitivo dalla maglia azzurra. La Juventus lo aveva capito pochi mesi prima, liberandolo dal peso ormai insostenibile dei colori bianconeri: dove per far fronte al meglio della concorrenza in campo europeo i piedi buoni (e Pirlo ne ha avuti di straordinari) non bastavano più: servivano gambe e polmoni. Attrezzi da lavoro che, nel corso degli anni, si logorano anche per i fuoriclasse.

E Pirlo, fuoriclasse, lo è stato. Senza dubbio alcuno. Erede di Baggio, magari senza arrivare agli stessi livelli di pura poesia, ma erede degno e a pieno titolo. Accostarlo a Rivera non è un sacrilegio: è stato diverso dall’abatino del Milan, come accade a tutti i giocatori costretti a confrontarsi con un passato ormai sconfinato nella leggenda, ma ne ha calcato le stesse orme. Quelle della classe e della fantasia. Per lui si sono alzati ad applaudire i tifosi (avversari, ovviamente) del Maracanà, del Camp Nou e del Santiago Bernabeu: un onore che non viene concesso facilmente, soprattutto al momento dell’ingresso in campo.

Pirlo ha segnato un’epoca: quella del Mondiale 2006, inatteso e liberatorio dopo le scorie di Calciopoli, vinto da protagonista “bailando futbol” in casa dei tedeschi. La maglia del Milan (dopo quelle di transizione del Brescia, dell’Inter e della Reggina) è stata per dieci anni una seconda pelle, con successi a raffica: due scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana, due Champions League, due Supercoppe UEFA e un Mondiale per club. La maglia della Juventus, che i rossoneri non gli hanno mai perdonato, in quattro anni lo ha arricchito con altri quattro scudetti, due Supercoppe italiane e una Coppa Italia. Ho sempre detto che i giocatori come singoli non si possono e non si devono giudicare dalla quantità e qualità delle vittorie, che sono un avvenimento di squadra: tuttavia un palmares di questo livello difficilmente si ottiene stando all’ombra dei compagni.

Erede di Roberto Baggio e Mariolino Corso nel battere punizioni implacabili, che per gli avversari suonavano come una sentenza, Pirlo ha passeggiato sul prato dell’Olimpo del suo sport. Da protagonista: capace di ammaestrare folle e pallone al tempo stesso.

L’unico errore l’ha commesso prolungando la carriera oltre il dovuto. Al di là di Pirlo stesso: consentendo a un manipolo di ragazzini nerboruti di scardinargli il pallone dai piedi, ormai troppo lenti, e di raccontare in giro: “Sai, ho fermato Pirlo!”.

La verità e che Pirlo, quello vero, erano in grado di fermarlo in pochi. E che lo stesso Pirlo, in un primo momento, aveva deciso secondo coscienza: dicendo stop alla Maglia Azzurra dopo il Mondiale in Brasile. Poi si èfatto convincere, perché per i campioni di tutti gli sport è difficile resistere al richiamo del grande ritorno, all’illusione di poter trovare le forze e il guizzo per un’ultima impresa. Non succede quasi mai, non è successo a lui.

Per questo, quando leggo che Pirlo si è ritirato, mi sembra una notizia vecchia. Pirlo ha smesso dopo l’ultimo Mondiale. In America, per me, semplicemente non c’è mai andato. Non da giocatore, non da campione, non da fuoriclasse. E se devo ricordarlo in campo lo vedo con la maglia del Brescia, contro la Juventus, pennellare un passaggio di 60 metri che raggiunge il fianco destro di un compagno. Un altro fuoriclasse, Roberto Baggio, capace di addomesticare il pallone senza nemmeno guardarlo, fintando sulla sinistra e beffando il portiere della Vecchia Signora. «Pirlo che serve Baggio: gol!». Poche lettere che riassumono il meglio degli ultimi trent’anni del nostro calcio.

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