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Caos a sinistra, Renzi si blinda nel Pd

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Caos a sinistra, Renzi si blinda nel Pd

  • –Emilia Patta

Roma

Il passo indietro per riunire il centrosinistra sotto altra premiership? «Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta». Matteo Renzi tira dritto e non intende farsi immolare da chi «è contro il Pd» sull’altare dell’unità a sinistra. E lancia un chiaro messaggio ai suoi, in fibrillazione dopo l’annunciata sconfitta in Sicilia, anche in relazione al fatto che le liste elettorali le farà la segreteria: «Da un lato c’è Berlusconi, dall’altro Grillo: due schieramenti pieni di estremisti e populisti. Noi siamo nel mezzo. Con la direzione nazionale del 13 inizia la campagna elettorale. Quello che deve essere chiaro è che io non posso essere il segretario dei caminetti tra correnti, degli equilibri e dei bilancini: io sono perché tutti nel Pd si sentano a casa, rispettando il pluralismo e mettendo i migliori in lista».

Renzi punta dunque a blindarsi nel partito con la direzione del 13 novembre (nel “parlamentino” del Pd i renziani hanno la maggioranza assoluta) e si tiene il più lontano possibile dalla questione della premiership, rilanciata da molti all’interno del Pd. Da ultimo dal capogruppo del Pd in Senato Luigi Zanda, che invita Renzi a «decidere di spezzare l’indentificazione prevista dal nostro statuto tra segretario e candidato premier. Lo ha fatto un anno fa con Gentiloni e ha funzionato, ha fatto bene al partito, al Paese e a Renzi stesso». E financo dal capogruppo dei deputati dem Ettore Rosato, pure molto vicino a Renzi: «Gentiloni è un nome spendibile. Fermo restando che il candidato premier del Pd è Renzi». Il ragionamento di molti nel Pd è che, con il nuovo sistema elettorale che incentiva le coalizioni nei collegi, la scelta del candidato premier diventa una scelta comune da fare con gli alleati. E un nome diverso da quello di Renzi sarebbe meno divisivo agli occhi della “cosa” che si sta costruendo a sinistra del Pd. Anche per questo qualcuno immagina elezioni a maggio invece che a marzo, proprio per dare il tempo di costruire una diversa premiership: tutte ipotesi, in ogni caso, bollate come «pura fantasia» da fonti del Quirinale.

Un ragionamento, quello sulla premiership degli anti-renziani di ogni sfumatura, che viene rovesciato da Renzi e dai suoi: proprio perché la legge elettorale non richiede l’indicazione del candidato premier(il Rosatellum prevede l’indicazione del capo del partito, non del capo della coalizione) non esiste un problema legato al candidato premier del centrosinistra. «Renzi sarà il capofila della lista Pd, legittimato dal voto delle primarie – detta il senatore Andrea Marcucci, fedelissimo del segretario –. Il premier si vedrà dopo le elezioni, a seconda dei numeri che le diverse forze politiche potranno vantare». E Renzi stesso, partecipando in serata alla trasmissione Di Martedì di Giovanni Floris su La 7, ribadisce il concetto descrivendo la discussione sulla premieship come surreale: «Il potenziale premier lo sceglie il presidente della Repubblica dopo il voto, è così dopo la sconfitta del referendum costituzionale purtroppo».

Quanto al dialogo con i bersaniani di Mdp, invocato tra gli altri dal fondatore del Pd Walter Veltroni(«le persone responsabili della sinistra dovrebbero capire che sia pur non amandosi devono stare insieme»), la porta al momento resta chiusa proprio per volontà degli scissionisti, anche se i pontieri del Pd sono al lavoro in queste ore per tentare di ricucire, da Lorenzo Guerini e Matteo Richetti a Graziano Delrio. «Lavoriamo per dare una casa al popolo progressista che non si riconosce più nelle politiche sbagliate del Pd», dice infatti Roberto Speranza al termine della direzione del movimento. E Pier Luigi Bersani parla a sua volta di «rottura profonda» con il Pd renziano. Insomma, Mdp marcia verso una lista unica a sinistra del Pd, e alternativa al Pd, assieme a Sinistra italiana di Nicola Fratoianni e a Possibile di Pippo Civati. E guarda a Pietro Grasso come leader di quest’area.

Come possibile alleato a sinistra del Pd resta solo Giuliano Pisapia, ma il voto siciliano sembra aver approfondito il solco con il Pd. Con o senza i bersaniani, per Renzi comunque la coalizione c’è e ci sarà: «Già oggi siamo in coalizione, e siamo pronti ad allargare ancora al centro e alla nostra sinistra». Con ci sta, insomma. E il segretario dem, a un anno dal quel 41% di sì alla riforma, ha ancora quel perimetro in mente: «Possiamo raggiungere, assieme ai nostri compagni di viaggio, quel 40% raggiunto sia alle europee che al referendum».

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