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Dossier Perché sono un economista con il prefisso «neuro»

    Dossier | N. 22 articoliProcesso all’economia

    Perché sono un economista con il prefisso «neuro»

    Come cambia l’insegnamento dell’economia? Quali sono i nuovi saperi che devono integrare gli insegnamenti classici nelle università di economia, come si stanno attrezzando le Università. Cosa resta valido e cosa si può eliminare del vecchio approccio?

    Sono un professore di Economia presso la University of Southern California a Los Angeles e dirigo un gruppo di ricerca presso il Centro Interdipartimentale Mente/Cervello (CIMeC) presso l’università di Trento. Pur avendo sempre studiato quella che viene chiamata l’economia standard, ora mi occupo di una nuova disciplina che si chiama Neuroeconomia.

    Mi sono laureato in Economia nella metà degli anni 90 alla Sapienza di Roma e ho poi ottenuto il PhD alla University of Arizona sotto la supervisione di Vernon Smith, premio Nobel per l’Economia del 2002 con Danny Kahaneman.

    Dal dottorato in poi ho condotto la mia ricerca mettendo insieme l’economia, la psicologia e la neuroscienza. L’economia e la psicologia si sono “incontrate” da tempo, esempi sono gli studi di Herber Simon sulla razionalità limitata che iniziarono negli anni 50 e successivamente la nascita dell’economia comportamentale. L’aver assegnato a Richard Thaler il Nobel per l’Economia testimonia come sia ormai accettato il legame tra economia e psicologia.

    Per quanto riguarda la mia ricerca, la novità è stata l’aggiunta della neuroscienza. Nel mio laboratorio, studiamo il funzionamento del cervello durante le scelte economiche. Riguardo la neuroeconomia e l’economia comportamentale, qualche anno fa c’è stato un dibattito abbastanza acceso sul fatto che l’economia non avesse bisogno del “cervello” e della psicologia (vedi Gul e Pesendorfer, “The case for Mindless Economics”). Vi sorprenderà ma in quel dibattito ero assolutamente d’accordo con gli economisti puri. La teoria economica non è una teoria del cervello. Detto questo, non significa che non sia utile studiare i processi decisionali e i correlati neuronali delle scelte se vogliamo capire quali sono i fondamenti del comportamento umano che, alla fine, determinano anche le scelte economiche. Ricerche in neuroeconomia mirano essenzialmente a comprendere i processi decisionali, cioè come si genera una scelta. Lo studio del cervello e della psicofisica ci permette di mettere a confronto diverse ipotesi su tali processi.

    Qualche esempio può aiutare. Studi recenti hanno mostrato come le scelte siano il risultato di processi aleatori di accumulazione di evidenza: immaginiamo di dover scegliere tra una mela o un arancio, il nostro cervello inizierà a mettere a confronto le due opzioni e ad accumulare evidenza in favore dell’una contro l’altra; la scelta avviene quando l’evidenza accumulata in favore di uno dei due oggetti, e.g. la mela, passa una barriera decisionale e il cervello finalmente compie la scelta. L’attenzione gioca poi un ruolo fondamentale in questo processo perché dirige il confronto e ha un rapporto biunivoco con le nostre preferenze - cioè prestiamo più attenzione all’oggetto preferito e la maggiore attenzione aumenta la probabilità di scegliere tale oggetto. Tali risultati hanno anche ispirato nuovi modelli teorici come la teoria della “rational inattention” - cioè come sia razionale non prendere in considerazione tutte le informazioni disponibili.

    Un secondo esempio riguarda il campo della finanza. Attraverso la risonanza magnetica funzionale è stata rilevata nell’uomo una dissociazione temporale tra il calcolo del valore atteso e del rischio. Gli studi di neuroeconomia hanno mostrato come il cervello processi sempre prima il valore atteso (la media) di una scelta e solo dopo la sua rischiosità (la varianza). Questo implica che tutte le scelte effettuate troppo in fretta, pensiamo al trading online, rispecchiano una totale mancanza o una limitata considerazione della rischiosità di ciò che stiamo scegliendo.

    Ancora più rilevante è forse il contributo delle neouroscienze sul concetto di razionalità e il suo legame con le emozioni. Le emozioni sono un aspetto fondamentale delle decisioni economiche. Il ruolo di emozioni quali il rimpianto, ad esempio, sono alla base di decisioni economiche e vanno considerate in una visione più ampia di razionalità.

    Questi esempi mostrano come le neuroscienze possano informare la disciplina economica. Ora considerando questi nuovi filoni di ricerca, cosa dobbiamo insegnare ai nostri studenti? Dobbiamo continuare ad insegnare l’economia come veniva insegnata in passato oppure dobbiamo aggiornare i nostri corsi ed integrarli con nuove linee di ricerca come l’economia comportamentale? Queste sono domande importanti e di non facile risposta. Io insegno un corso di microeconomia a un livello intermedio e due corsi di neuroeconomia, uno per studenti dell’ultimo anno del baccalaureato (la nostra triennale) e uno per studenti di dottorato. Nel corso di microeconomia seguo un metodo classico d’insegnamento e un programma standard, cioè tratto la teoria del consumatore, produzione, equilibrio economico generale, nozioni di teoria dei giochi e mercati.

    L’economia non è una disciplina facile essendo basata sull’utilizzo di metodi quantitativi sia nell’approccio teorico sia in quello empirico, come l’econometria, e richiede un forte esercizio di astrazione e di ragionamento logico deduttivo. Gli studenti spesso non amano la matematica, ma i concetti economici senza la matematica sono ancora più difficili da “digerire”. Buone basi di economia standard (cioè “pillole” di ottimizzazione e razionalità) permetteranno allo studente di ridurre la complessità dei fenomeni economici e di riuscire a “trattarli” - quindi riuscire a proporre soluzioni teoriche. L’assunto di razionalità non è poi così distante dalla realtà, e il cervello umano è molto più razionale di quanto si pensi. L’economia compoartamentale e la neuroeconomia aiutano a far capire come il concetto di razionalità sia più ampio di quanto rappresentato nell’economia tradizionale.

    In conclusione, proporrei di non cambiare l’insegnamento di base dell’economia nelle nostre università e di esporre gli studenti a nuove discipline solo in corsi avanzati, quando avranno gli strumenti per integrare tali discipline e l’economia.

    Giorgio Coricelli è docente di Economia
    alla University of Southern California
    di Los Angeles e dirige un gruppo di ricerca
    al Centro Interdipartimentale
    Mente/Cervello (CIMeC) dell’università di Trento

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