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Quelle 10mila borse di studio mai finanziate con i soldi confiscati alla mafia

la misura approvata 4 anni fa

Quelle 10mila borse di studio mai finanziate con i soldi confiscati alla mafia

Una grande vittoria per chi combatte la mafia, per i giovani e per il diritto allo studio. Così era stato salutata quattro anni fa la modifica al Codice delle leggi antimafia che prevedeva di versare una piccola parte del grande bottino miliardario confiscato alle mafie ai giovani pagandogli le borse di studio per frequentare l’università. Una misura simbolo per redistribuire ai giovani i soldi di chi soprattutto al Sud strangola l’economia e gli ipoteca il futuro costringendoli a fuggire. Peccato che da allora neanche un euro abbia finanziato il diritto allo studio che vede l’Italia in coda a tutti Paesi europei per risorse a disposizione e con in più la scandalosa aggravante di migliaia di studenti che ogni anno avrebbero diritto a una borsa, ma non la ricevono per mancanza di fondi.

La storia comincia nel novembre del 2013 quando in Parlamento viene approvato un emendamento al decreto legislativo n. 159 del 6 settembre 2011, meglio noto come Codice delle leggi antimafia, che vuole dare un segnale preciso nella la gestione delle somme confiscate alle mafie o frutto della vendita dei beni confiscati. La norma prevede che una piccola parte di queste somme, pari al 3%, venga usata per finanziare il Fondo integrativo statale per la concessione di borse di studio. Mentre il restante denaro proveniente dalla lotta alle mafie viene destinato al Fondo unico della Giustizia. Approvata la norma la misura però non viene mai attuata, nonostante le interrogazioni parlamentari che fioccarono a un anno di distanza dalla sua approvazione: in particolare per iniziativa di Celeste Costantino (Sel) che allora aveva presentato l’emendamento con quella norma. La cosa grave è che dopo quattro anni nulla è cambiato. Di fondi non c’è traccia. E sembra che sulla vicenda si trascini un rimpallo di responsabilità tra le amministrazioni competenti (ministero dell’Economia, Interni, Giustizia, Miur e l’Agenzia che gestisce i beni confiscati alle mafie).

A riportare a galla la vicenda sono stati gli studenti stessi in un documento sulla legge di bilancio inviato nei giorni scorsi alla ministra Valeria Fedeli. Un documento in cui si riconosce lo sforzo del Governo nella manovra (10 milioni stanziati) per aumentare le risorse a disposizione delle borse di studio, ma si sottolinea anche come i fondi siano insufficienti ricordando come il diritto allo studio avrebbe bisogno di ben altre risorse (150 milioni dicono gli studenti). La quota di idonei alla borsa di studio nel nostro Paese oscilla infatti tra il 9% e l'11%, contro il 40% di Francia e il 25% della Germania. In più le risorse attuali rischiano di non coprire tutti gli studenti che ne avrebbero diritto e così anche il prossimo anno si dovrebbe ripetere lo stesso copione. E cioè lo scandalo tutto italiano di avere migliaia di “idonei senza borsa” (così vengo definiti i ragazzi che ne hanno diritto ma non ricevono, per mancanza di fondi, l’aiuto economico per studiare che in media vale poco più di 3mila euro l’anno).

Ma quante borse si potrebbero ottenere con i fondi confiscati alle mafie? Se si scorrono gli ultimi dati disponibili del Fug, il Fondo Unico della Giustizia che amministra la montagna di soldi sequestrata e confiscata alla mafia, si scopre che nel 2015 valeva 3,7 miliardi e alla voce somme sequestrate alle mafie risultavano 600 milioni. Il che vuol dire che il 3% - quasi 20 milioni - potevano essere indirizzati al Fondo per il diritto allo studio finanziando circa 10mila borse di studio. Per la presidente del Consiglio nazionale degli studenti, Anna Azzalin, «non si tratta soltanto di reperire risorse che, allo stato attuale, sono fondamentali per il funzionamento del sistema, considerando che l’Italia è fanalino di coda in Europa nella maggior parte degli indicatori relativi ai finanziamenti. Di qualsiasi cifra si parli effettivamente, si tratta anche di affermare un principio chiaro: incentivare il raggiungimento dei più alti gradi dell'istruzione è fondamentale per combattere la mafia». Sulla stessa scia Elisa Marchetti, coordinatrice nazionale dell’Udu (Unione universitari): «Abbiamo tenuto a risollevare questo problema, perchè a distanza di più di quattro anni non si ha ancora alcuna traccia di questi finanziamenti. Queste risorse risultano fondamentali per il finanziamento del diritto allo studio, e oltretutto riteniamo questa vicenda estremamente grave, considerando che si tratta di un “semplice” trasferimento di risorse, e non di fondi aggiuntivi per cui si renderebbe necessario trovare conseguenti coperture».

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