Italia

Finalmente in marcia (mentre l’Europa corre)

L'Analisi|il futuro dell’università

Finalmente in marcia (mentre l’Europa corre)

L’Università italiana nell’Europa di domani, la giornata sul futuro dell’università che si è svolta ieri a Roma su iniziativa del Miur, ha costituito di fatto l’occasione per un bilancio di legislatura, anzi due, vista la stretta connessione tra i provvedimenti del 2008-2013 e quelli degli ultimi 4 anni. Quasi un decennio, insomma, segnato in tutto il mondo da una colossale crisi economica, e, nello specifico universitario del Paese, da significativi provvedimenti di riforma accompagnati da un netto calo delle risorse messe a disposizione del sistema università e ricerca.

Il quadro che emerge dall’analisi sfida molti luoghi comuni sulle patologie croniche dei nostri atenei, per molti aspetti la punta avanzata della riforma della Pubblica amministrazione di cui sono parte integrante. Le università hanno ormai metabolizzato i princìpi dell’accreditamento e della valutazione, e soprattutto quello della distribuzione dei fondi basata in misura rilevante su parametri qualitativi. Interamente distribuito dieci anni fa su base storica, con una fortissima penalizzazione degli atenei piu giovani, o di quelli meno fortunati nel negoziato con la politica (il disagio era sfociato addirittura nella creazione di un “cartello” di università che lamentavano, con buoni argomenti, questa sperequazione) oggi quasi la metà del fondo di finanziamento ordinario (Ffo) dipende da parametri quali il costo standard per studente e la valutazione della qualità della ricerca.

Certo, questo mutamento di paradigma sarebbe stato decisamente più facile se si fosse scelto di favorirlo con qualche investimento aggiuntivo, o, anche solo mantenendo costanti i finanziamenti. Così, purtroppo, non è stato. Dal picco massimo del 2009 a quello minimo del 2015 si è perso per strada quasi il 12% del Ffo, oltre 900 milioni all’anno, più della metà dei quali (550 milioni), occorre ricordarlo, per il venir meno dopo un triennio dello stanziamento aggiuntivo deliberato nel 2007: doveva essere riservato a spese “di qualità” non ricorrenti, ma si permise quasi subito di esaurirlo con costi fissi di personale. Oggi il Ffo è in risalita, anche le quote vincolate a iniziative ministeriali crescono più di quelle affidate all’autonomia strategica degli atenei.

Eppure molti dati continuano a essere incoraggianti. Le immatricolazioni, fortemente colpite dalla crisi economica, sono in ripresa, seppure modesta; la produttività scientifica resta alta; l’ultimo esercizio di Valutazione della qualità della ricerca, la Vqr 2011-14 che si è conclusa l’anno scorso, attesta un livello complessivamente elevato anche nel confronto internazionale.

Il riferimento all’Europa nel titolo della giornata, nel segnalare un naturale quadro di riferimento, sconsiglia però entusiasmi eccessivi. La scarsa capacità di attrarre fondi europei, per esempio, continua a certificare un distacco imbarazzante. Se è fuori di dubbio, infatti, che il sistema italiano si è messo in cammino, i nostri vicini di casa hanno iniziato a correre, grazie a maggiori risorse, senza dubbio, ma anche a strategie innovative e coraggiose. L’iniziativa di eccellenza, che ha segnato una svolta decisiva nel sistema tedesco, sta dando dopo qualche anno i suoi frutti. La si è voluta importare in qualche modo anche in Italia, ma parcellizzando le risorse, peraltro assai minori, su base dipartimentale, il che rende difficile sperare in risultati importanti a livello di sistema. In Francia, dove le aggregazioni tra atenei stanno favorendo la nascita (o rinascita, come nel caso della Sorbona), di grandi “campioni nazionali”, sta cadendo dopo quasi mezzo secolo il tabù dell’ammissione libera, causa principale di abbandoni che superano la metà degli iscritti, sostituita da un meccanismo di preparazione supplementare già sperimentato con successo in molti atenei del Regno Unito.

Questi e altri esempi dimostrano che resta ancora molto da fare, sia sul fronte delle risorse che su quello delle regole. Qualche cosa, per la verità, sarebbe meglio non farla. Nel suo intervento la ministra Fedeli ha detto giustamente che non intende proporre nuovi meccanismi per il reclutamento dei docenti, non perché quello in vigore sia perfetto, ma perché l’accanimento terapeutico che spinge a cambiare le regole con eccessiva frequenza serve solo a stressare il sistema (è ovvio il parallelo con le leggi elettorali). Anche in materia di risorse è buona norma valutare un modello di allocazione solo dopo un certo numero di anni anziché correggerlo ogni pochi mesi, spesso sull’onda di spinte politiche effimere.

La vera novità, questa sì giustificata, è il cambio di prospettiva in materia di diritto allo studio, dopo anni di lamentazioni retoriche cui non hanno fatto riscontro interventi incisivi. Aumenta il fondo per le borse, ma soprattutto si evita che l’esenzione dalle tasse a favore dei redditi meno abbienti si scarichi in modo imprevedibile e dannosissimo sui bilanci degli atenei, finora penalizzati solo perché accoglievano studenti che all’esenzione hanno diritto.

Alla prossima legislatura sarebbero consigliabili soprattutto una moratoria, e un cambio di prospettiva. Auspichiamo che i ministri a venire resistano alla tentazione di intestarsi nuove norme, limitandosi a favorire la crescita degli spazi di autonomia che le leggi già consentono ma non sono ancora sfruttati a fondo, e lasciamo stare per qualche anno le tortuosità del reclutamento (le regole esistono, basterebbe farle rispettare). Concentriamo in compenso le energie sugli studenti: orientamento e accesso, finanziamento, distribuzione territoriale della rete universitaria, dimensionamento ideale delle sedi, percorsi di livello terziario differenziati e flessibili, residenze, aule, laboratori... Tutti temi tradizionalmente poco alla moda, e invece centrali in un progetto di rilancio dell’università e del Paese.

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