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L'accademia malata con pochi giovani e poco merito

L'Analisi|università

L'accademia malata con pochi giovani e poco merito

Per l'università (e per il Paese) è stato un decennio horribilis. Un miliardo di risorse in meno, 14mila docenti svaniti e mai sostituiti (il 20%), 70mila studenti che hanno preferito non continuare gli studi dopo il diploma (per un Paese che è già in coda per laureati rispetto ai Paesi più sviluppati). Un declino drammatico per chi come noi ha inventato l'università ospitando la prima a Bologna mille anni fa e ora si trova in fondo ai ranking internazionali degli atenei.

Ora (come sta accadendo per il Paese) "si sta cominciando a risalire la china", ha detto il premier Paolo Gentiloni aprendo a Roma la giornata "L'università italiana nell'Europa di domani". E questo "è un bene per l'Italia" perché l'università è intrecciata al futuro del Paese e per questo serve "più università", ha aggiunto il premier che ha riconosciuto come docenti e ricercatori in questi anni siano riusciti a fare le classiche "nozze con i fichi secchi".

I segnali di una inversione di tendenza ci sono, come ha ricordato la ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli intervenuta dopo il premier segnalando che il prossimo anno il Fondo di finanziamento degli atenei salirà a 7,3 miliardi (500 milioni in più rispetto al calo del 2015). Mentre grazie alla nuova legge di bilancio saranno assunti 1611 giovani ricercatori. E da quest'anno accademico sarà sperimentata la no tax area che consentirà a 650mila famiglie di non pagare le tasse universitarie o di pagarle scontate. Basteranno queste "medicine" per fermare il declino? Forse no. Perché per curare l'università ammalata da 10 anni di abbandono servono terapie decise: sicuramente più risorse, come sta tentando di fare il Governo. Ma da spendere bene intervenendo sui grandi nodi.

Innanzitutto quello del ringiovanimento dell'accademia: serve un massiccio ingresso di giovani oltre il migliaio di assunzioni previste - oggi si contano solo 20 professori in Italia con meno di 40 anni- anche per venire incontro alla nuova domanda di competenze (come la quarta rivoluzione industriale). Servono più borse di studio: in Italia le hanno dal 9 all'11% degli studenti contro il 40% della Francia e il 25% della Germania. La manovra stanzia solo 10 milioni in più mentre gli studenti ne chiedono almeno 150 milioni. E poi serve più merito: dai concorsi che ciclicamente finiscono nella tempesta per lo scandalo delle procedure truccate fino alla distribuzione dei fondi. L'università per prima ha sperimentato fondi premiali in basi ai risultati e l'ingresso del costo standard (ti do i soldi se usi bene le risorse). Ma questo percorso negli ultimi anni si è rallentato o si è fermato rispetto alla tabella di marcia. Ora bisogna ripartire con i giusti correttivi (per non penalizzare soprattutto il Sud) su questo binario per il bene della nostra accademia (e del Paese).

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