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Ostia: la “capocciata” svela interi segmenti…

Dopo l’aggressione al giornalista Rai

Ostia: la “capocciata” svela interi segmenti dell’economia condizionati dalle mafie

Il litorale di Ostia (Agf/Alessandro Serranò)
Il litorale di Ostia (Agf/Alessandro Serranò)

Tutti ad accorgersi di Ostia per quella che a Roma viene definita una “capocciata” che, in questo sventurato caso, ha colpito un giornalista reo di aver fatto solo il proprio mestiere. Eppure Gianpiero Cioffredi, presidente dell'Osservatorio tecnico-scientifico per la sicurezza e la legalità, nel II rapporto sulle mafie nel Lazio, presentato lo scorso anno, scriveva che alcuni processi, come quelli in corso sulle vicende del litorale laziale , «spesso non trovano spazio su giornali e tv ma raccontano di numerose città, di quartieri e interi segmenti dell'economia condizionati da mafie e associazioni a delinquere, in gran parte collegate al traffico di sostanze stupefacenti». Ora gli occhi anche della stampa internazionale sono su questo quartiere.

Un’attenzione tardiva, visto che questa immensa area della Capitale, è infangato da decenni dalla presenza delle mafie del sud, a partire da Cosa nostra. Gaspare Spatuzza, boss della famiglia mafiosa di Brancaccio (Palermo), riguardo agli interessi economici di Cosa nostra sul litorale laziale, nel 1996 dichiarò che «avevano il paese di Ostia nelle mani». Il riferimento era alla “gemmazione” ostiense della famiglia originaria di Siculiana (Agrigento) Cuntrera-Caruana, della quale Spatuzza doveva uccidere un elemento di spicco. L'omicidio non andò a buon fine perché Spatuzza venne arrestato il 2 luglio 1997.

L'indagine “Tramonto” della Gdf del 4 marzo mise a nudo, per usare le parole messe nero su bianco dal Gip D'Alessandro, «un contesto spaventoso» nel quale «ha senso parlare di mafia». Per il gip e la Dda di Roma che svolse l'indagine la famiglia Fasciani sul litorale aveva costituito un impero economico attraverso una serie di società nel settore della ristorazione, della gestione di stabilimenti balneari, delle discoteche e della rivendita e noleggio di auto. Dopo che il 14 giugno 2016 , in primo grado, era stata negata la mafiosità della famiglia (ora, sembra, in caduta libera), il 15 giugno 2017, dunque un anno dopo, la Corte d'appello di Roma ha ribaltato la sentenza. La parola definitiva spetta alla Corte di Cassazione.

Proprio il lido ostiense – con tutto quel che ne consegue, vale a dire attività balneari, di ristorazione, di divertimento e di gioco – fu oggetto di una durissima riflessione, il 9 marzo 2016 davanti alla Commissione parlamentare antimafia, del prefetto Domenico Vulpiani. «Il litorale è la parte che più desta preoccupazioni perché è composto di 18 chilometri ed è fonte di grande dibattito sul suo futuro, quanto su di esso il 56% è occupato da stabilimenti balneari disse poco più di un anno fa – mentre la restante parte di arenile è gestita con spiagge libere o spiagge libere attrezzate. Su tutto il litorale, in ogni parte di questa spiaggia, si sono verificati degli abusi non solo edilizi, ma anche di gestione, di mala gestione e di non pagamento dei tributi dovuti. Sono frutto di sessant'anni, dal dopoguerra in poi, di una sovrapposizione di atti della pubblica amministrazione non sempre presi con particolare attenzione – mettiamola così – nella migliore delle ipotesi. In altri casi ci sono stati veri e propri atti discussi, anche oggetto di inchieste giudiziarie».

In relazione all'attività di controllo e verifica il prefetto Vulpiani aggiunse: «Ad oggi possiamo dire di aver svolto un'attività di controllo su 42 stabilimenti demaniali, dei quali 30 svolti in via d'iniziativa amministrativa direttamente dal tavolo tecnico di cui ho detto prima, otto svolti di iniziativa della polizia locale, che ha agito in termini di polizia giudiziaria di fronte ad abusi molto rilevanti e particolarmente evidenti, e altri quattro svolti sempre dalla polizia locale, ma con il supporto del tavolo tecnico e sempre come polizia giudiziaria. Otto di questi sono stati sottoposti a sequestro giudiziario e hanno, quindi, in corso un'attività della magistratura, della procura di Roma, che sta indagando su queste situazioni che sono state rappresentate nell'inchiesta. Altri quattro sono stati solo oggetto di notizia di reato e siamo in attesa delle decisioni del magistrato. Le attività ispettive, che non sono semplici, proseguiranno senza interruzione fino all'espletamento dei sopralluoghi su tutte le 71 concessioni demaniali marittime».

Il gioco d'azzardo, sopra accennato, è un'altra enorme risorse in mano a consorterie criminali organizzati ad Ostia. Casalesi e ‘ndrangheta, qui, hanno costituito piattaforme informatiche sulle quali dar vita a siti online
per il gioco del video poker. Inutile dire che anche il collocamento fisico dei “totem” utilizzati per giocare in sale e video sale è, spesso, “cosa loro”. Così come, forse è inutile dire – ci sono indagini e sentenze a ricordarlo – che senza una pervasiva corruzione all'interno della pubblica amministrazione e senza la cosiddetta “zona grigia”, composta da figure professionali qualificate (bancari, commercialisti, esercenti le professioni sanitarie) il potere economico delle mafie extraregionali e indigene, non avrebbe potuto prendere la piega che da tempo ha preso ad Ostia.

Troupe Rai aggredita da membro clan Spada

Per capire Ostia, forse può aiutare quello che il 12 febbraio 2014 dichiareranno, ancora una volta in Commissione parlamentare antimafia, il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e il suo storico aggiunto Michele Prestipino Giarritta. Il procuratore aggiunto di Roma ricordò che ad un collaboratore di giustizia venne chiesto conto dell'uso della violenza ad Ostia. Gli venne domandato: «Bisogna ricorrere alle intimidazioni, al danneggiamento, all'incendio per esigere il pizzo?». E quello rispose, rivelò Prestipino Giarritta: «Macché, quando mai? No, no. La gente ha paura già di per sé. Ha paura di per sé sentendo il nome. Su dieci al massimo, una o due volte uno deve fare sentire qualche cosa».
r.galullo@ilsole24ore.com

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