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Riforma dei fallimenti in 3 mosse

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Riforma dei fallimenti in 3 mosse

  • –Giovanni Negri

Riforma dei fallimenti in 3 mosse. Saranno 3 i decreti legislativi destinati a riscrivere la disciplina della crisi d’impresa. La commissione Rordorf/2, istituita dal ministero della Giustizia e guidata dal presidente aggiunto della cassazione Renato Rordorf, ha messo in cantiere un lavoro su tre filoni che andranno a costituire altrettanti provvedimenti: il primo e sicuramente più corposo sarà dedicato alla riforma della Legge fallimentare tecnicamente intesa, e cioè il Regio decreto n. 267 del 1942 (modificato più volte, peraltro, nel corso del tempo); il secondo si concentrerà invece sulle modifiche al Codice civile, in particolare sul rafforzamento dei meccanismi di amministrazione e controllo; il terzo sarà concentrato sulla nuova ripartizione dei privilegi tra i creditori.

L’obiettivo della commissione, quanto ai tempi, è di cercare di anticipare il più possibile la consegna dei provvedimenti all’ufficio legislativo del ministero. La fine dei lavori è già stata fissata per il 10 gennaio 2018, ma è ormai diffusa la consapevolezza della necessità di condurre in porto la riforma entro Natale.

Lo scorcio finale della legislatura, infatti, si restringe sempre di più e con questo l’agibilità per quella che forse rimarrà l’ultima riforma “di struttura” possibile nelle prossime settimane. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che ha già parlato di intervento «epocale», molto ha scommesso sulla riforma e la sponda politica, una volta superato lo scoglio dell’approvazione della legge delega con il passaggio al Senato, sembra più che coperta.

Sul piano tecnico, invece, i nodi da sciogliere sono molti e la delega può aiutare solo fino a un certo punto. I criteri su alcuni punti sono, infatti, assai dettagliati, ma su altri assai più vaghi. E la commissione nei prossimi giorni dovrà fare scelte chiave. Già domani, per esempio, entrerà nel vivo la discussione sulla precisazione di quello che è senza dubbio l’aspetto più innovativo: l’introduzione delle misure di allerta nel nostro ordinamento. Di un meccanismo, cioè, destinato a funzionare solo con la piena collaborazione dell’imprenditore, che permetterà di evitare alla crisi di sfociare nell’insolvenza, con la conseguente pressoché definitiva distruzione di ricchezza.

E allora andrà sciolto il nodo della rilevanza dell’importo dell’inadempimento che obbliga agenzia delle Entrate ed enti previdenziali a segnalare la situazione agli organi di controllo societari, all’organismo di composizione della crisi, pena la perdita dell’assistenza del privilegio ai propri crediti. Una scelta chiave sulla quale la commissione, scartata, anche con il conforto della delega, l’ipotesi di determinare un importo assoluto, si potrebbe orientare all’individuazione di soglie mobili di inadempimento scandite sulla dimensione dell’impresa e sul volume dei ricavi degli anni precedenti.

Ma la medesima prospettiva, un po’ il filo rosso che cuce larga parte della riforma in cantiere, è evidente anche sul versate delle modifiche previste per il Codice civile: andrà infatti codificato il dovere dell’imprenditore e degli organi sociali di istituire assetti organizzativi adeguati per la rilevazione tempestiva della crisi e della perdita della continuità aziendale, e di attivarsi per l’adozione tempestiva di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale.

Ad accrescere la complessità della riforma, dove il diritto cede il passo alle considerazioni economiche, c’è poi la materia dell’ultimo decreto, la riscrittura dei privilegi, con la riduzione delle ipotesi di privilegio generale e speciale.

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