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Il Pd «costretto» alla vocazione maggioritaria

L'Analisi|la direzione dem

Il Pd «costretto» alla vocazione maggioritaria

La riunione della direzione del Pd di oggi, la prima dopo la sconfitta alle elezioni siciliane, avrebbe dovuto aprire la stagione del confronto a sinistra in vista della costruzione delle alleanze nei collegi uninominali previsti dal Rosatellum. E invece, a causa dei veti incrociati, sancirà di fatto l’alleanza bonsai: da una parte i centristi con Pier Ferdinando Casini e Angelino Alfano, dall’altra la lista “europea” dei Radicali con ambientalisti e socialisti.

Perché l’attesa riunione di Campo progressista, il movimento messo su ormai cinque mesi fa dall'ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia con l’obiettivo di federare il Pd e i partiti alla sua sinistra, non ha prodotto alcuna decisione: dopo settimane di riflessione, e dopo aver rotto con gli scissionisti bersaniani di Mdp, Pisapia si è limitato a ripetere l’appello all’unità, a condizione che il Pd dia segnali di “discontinuità”. Mentre la riunione di domenica ha assistito alla nascita dell’ennesimo potenziale leader della costituenda sinistra alternativa, dal momento che la presidente della Camera Laura Boldrini - seguendo in questo il collega del Senato Pietro Grasso - si è voluta distinguere da Pisapia dicendo chiaro e tondo, tra gli applausi, che «non ci sono le condizioni per un'alleanza con il Pd».

È chiaro che tra il Pd renziano e gli scissionisti di Mdp continuerà il gioco al rimpallo delle responsabilità, e ognuno tenterà di lasciare l’avversario con il cerino in mano addossandogli la responsabilità della mancata riunificazione del campo della sinistra. Ma è anche chiaro che dopo una scissione così drammatica come quella del febbraio scorso, con l’uscita dal Pd di due ex segretari come Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani nonché di un ex premier come Massimo D'Alema, è nell’ordine delle cose che la riunificazione non si farà.

E infatti Bersani e i suoi ripetono ormai da settimane che la condizione per non correre contro il Pd di Renzi è una sorta di capitolazione di Renzi stesso: se non il suo passo indietro, almeno la sconfessione delle politiche portate avanti dal governo dei mille giorni prima e dal governo Gentiloni poi: ossia la reintroduzione dell’articolo 18,la cancellazione della Buona scuola e via dicendo.
Sono condizioni evidentemente inaccettabili per il leader del Pd. Non a caso Mdp è uscita per tempo dalla maggioranza che sostiene il governo Gentiloni, cercando di smarcarsi sulla legge di bilancio in modo da caratterizzarsi meglio come forza alternativa alle prossime e ormai vicine elezioni politiche.

Quindi Renzi continuerà a tenere formalmente la porta aperta, ricordando che Pd e Mdp governano insieme in molti Comuni e Regioni, ma nessuno nel Pd - anche tra i dirigenti della minoranza interna come Andrea Orlando - crede davvero che ci sia ancora spazio per una riconciliazione con gli scissionisti. L’obiettivo, non dichiarato, è semmai quello di spaccare il fronte della sinistra con le sirene di un’alleanza nei collegi più sicura, per molti parlamentari, di una corsa solitaria che potrebbe infrangersi sul muro del voto utile e della soglia di sbarramento al 3%. Insomma, l’obiettivo è ancora quello di strappare alla costituenda sinistra con tanti leader, da Grasso a Bodrini agli stessi Bersani e D'Alema, almeno Pisapia.

Resta il grido di dolore, per così dire, del fondatore del Pd Walter Veltroni («La divisione a sinistra è da irresponsabili, è un'autostrada per consegnare il Paese alla destra. Il segretario del Pd deve saper includere e accettare critiche, ma mi colpisce anche l'acrimonia verso di lui»). E resta da capire se la pax interna che oggi Renzi siglerà in direzione reggerà nelle prossime settimane all’urto della campagna elettorale. Per far leva sul voto utile è infatti necessaria almeno la compattezza del gruppo dirigente del Pd. Costretto, suo malgrado, alla vocazione maggioritaria.

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