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L’Italia alla Caporetto del calcio. E questa volta non ci sarà…

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L’Italia alla Caporetto del calcio. E questa volta non ci sarà il Piave

È andata come doveva andare. Perlomeno secondo logica, perché le speranze erano ben diverse. Ma di speranze non si vive e non si vince: nella vita e nello sport. Il doppio turno di spareggio per il Mondiale 2018 perso con la Svezia (una squadra mediocre quando c’è Ibrahimovic, figuriamoci senza...) mette a nudo i limiti del nostro calcio. O meglio, costringe un intero movimento a prenderne atto, dopo tanti e tanti campanelli di allarme che si trascinano ormai da tempo dopo l’illusoria vittoria nel Mondiale del 2006.

Mentre si sta scatenando la caccia alle motivazioni della disfatta è bene dire subito una cosa magari scomoda, ma dalla quale non si può prescindere: i nostri giocatori, tolto Buffon, non sono i campioni che vengono dipinti ogni giorno. Sono buoni, qualcuno di più, qualcuno di meno: ma non sono al livello dei migliori del mondo. E quelli che lo sono stati sono invecchiati, e non lo sono più. Per rendersene conto basta guardare alle recenti sessioni del calciomercato: girano centinaia di milioni di euro, ma raramente approdano dalle nostre parti per catturare i cosiddetti grandi talenti che immaginiamo di avere. I nostri presunti fuoriclasse brillano in un campionato, la Serie A, che ormai è lontano anni luce da quello che dominava il mondo. E che per quel motivo, non solo per i soldi distribuiti a pioggia, richiamava i migliori da ogni parte del globo terrestre.

Oggi i vari Immobile e Insigne sono gemme solo italiane: e quando si trovano davanti al muro del confronto internazionale, soffrono. Un conto è segnare gol a raffica nel campionato italiano, dove tolte le prime 5 o 6 squadre si incontrano avversari disposti a fare da vittima sacrificale, un conto è farlo con addosso la maglia azzurra e contro avversari che magari sono scarsi, come la Svezia, ma che tutto fanno tranne che scansarsi per la paura.

Non abbiamo campioni, e basta dare una breve scorsa alle Nazionali del passato per fare un confronto impietoso. Baggio, Totti, Del Piero, Maldini, Baresi... Non abbiamo campioni, e dovrebbe essere chiaro a tutti dopo aver visto gli ultimi due Mondiali: Italia fanalino di coda del girone nel 2010, dietro Slovacchia, Paraguay e Nuova Zelanda, e penultima nel 2014, mandata a casa con la doppia sconfitta contro Uruguay e Costa Rica. La finale europea del 2012, tutto sommato, è stata dannosa: perché ha fornito un facile alibi per non fare nulla, per non prendere atto che il nostro sistema andava completamente rifondato. Arrivare fino in fondo, e perdere contro la Spagna campione di tutto, ha steso un velo pietoso sul disastro azzurro. Facendo dimenticare come è maturata quella sconfitta, con una manifestazione di superiorità dei vincitori mai vista nella storia del calcio moderno durante una partita di finale.

La domanda vera è: «Perché avremmo dovuto battere la Svezia? Perché sono scarsi?». Ma anche noi lo siamo. Gli azzurri sono gli stessi che hanno faticato contro Albania, Israele e Macedonia. O forse ce lo siamo dimenticati? Andare al Mondiale, e uscire dopo tre parite come nelle ultime due occasioni, forse sarebbe stato peggio. Perché la qualificazione avrebbe fornito un nuovo alibi, alimentando il circolo vizioso all’interno del quale il nostro calcio si balocca da anni.

L’Italia del calcio ha trovato la sua Caporetto. Ma, per nostra fortuna, questa volta non ci sarà una linea del Piave sulla quale improvvisare l’ultima difesa. Il re è nudo, senza nemmeno uno straccetto in grado di coprirne le misere forme. Non si può raschiare il fondo del barile, perchè lo abbiamo già ampiamente bucato. Il calcio italiano, forse per la prima volta nella sua gloriosa storia, è costretto a ripartire da zero. Ripensando l’intero sistema a partire dalle giovanili: nelle quali, ormai da tempo, non si fa una vera selezione, non si coltivano i talenti, non si insegna più a giocare. Possiamo prendere esempio dalla Spagna o dalla Germania. Oppure, viste le quattro stelle che ancora brillano sulla maglia Azzurra, cercare una strada tutta nostra.

Quello che non possiamo fare è sperare, come abbiamo fatto negli ultimi dieci anni, che le mamme italiane provvedano a salvarci partorendo una nuova generazione di campioni. Per come è messo il nostro calcio, rischieremmo di non accorgerci nemmeno che sono nati.

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