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Ora la politica si dimostri all’altezza

i nodi della crescita

Ora la politica si dimostri all’altezza

Quale immagine dell’economia italiana ci restituisce lo specchio delle stime Istat sul Pil? Quella di un Paese in cui si consolida finalmente il recupero dell’attività produttiva (+0,5% nel terzo trimestre, +1,8% sull’anno), su basi abbastanza ampie, sia sul lato della domanda, sia su quello dell’offerta. Un’Italia cioè in cui famiglie e imprese sono più fiduciose e rassicurate dal senso di continuità delle regole e tornano a investire e consumare beni durevoli. E in grado di intercettare il grande dinamismo della domanda internazionale, e occidentale in particolare, cui non è chiaramente alieno l’effetto degli stimoli monetari, destinati però a diminuire nei prossimi mesi.

Il 2018 dovrebbe grosso modo confermare il momento positivo. Però non sfugge a nessuno, e tanto meno agli osservatori stranieri, che la ripresa avviene con ritardo e procede più lentamente rispetto al resto dell’Eurozona. Sono moltissimi anni ormai che l’Italia, quando cresce, cresce molto meno di paesi con cui condivide geografia, dotazione di materie prime, storia, moneta e politiche, in primis quella commerciale. Ieri sono usciti anche gli identici indicatori per la Germania, e i valori sono +0,8% e 2,3%, rispettivamente. Indubbiamente non è una gara, né di velocità, né di salto in alto, e in ogni caso va dato atto ai governi succedutisi dal 2013 di aver agito con serietà e risolutezza per ridurre le distanze dalla testa del peloton. La fine della legislatura è un buon momento per fare l’inventario di ciò che è stato fatto e la lista, dal Jobs Act alla riforma del diritto fallimentare, dalla Buona Scuola al lancio dei Pir, è incoraggiante. Il miglioramento della nota sovrana di S&P, che si traduce concretamente in migliori condizioni d’accesso al mercato finanziario per tutti gli emittenti italiani, dimostra che c’è sostanza.

Ma se non vincere è ammissibile (anche nel calcio, pur di non fischiare l’inno degli avversari), per riportare la produttività, unica chiave per la crescita sostenibile della ricchezza e del benessere, a livelli consoni alle attese dei cittadini e soprattutto alle esigenze di chi più ha sofferto durante la Grande Recessione non basta neanche partecipare. Evidentemente manca ancora qualcosa, come mostrano le evidenze dell’Oecd Global Productivity Forum coordinato da Giuseppe Nicoletti, e viene ormai a noia ripetere ciò che fa difetto, e non da ieri, in Italia: capitale umano corrispondente ai bisogni dell’economia, infrastrutture fisiche e immateriali moderne, certezza delle regole e della loro applicazione, un corretto funzionamento dei mercati che permetta di assegnare le opportunità e distribuire i fattori produttivi a chi ne garantisca l’impiego più produttivo, non ha chi ha meglio coltivato le relazioni con regolatori e finanziatori.

I passi in avanti in queste aree sono spesso timidi e tardivi. Rallentati dalla complessità dell’attribuzioni di responsabilità tra Stato e Regioni, dalla forza delle lobby della conservazione (compresi i corpi intermedi, le professioni e la Pubblica amministrazione), dalla scarsità delle risorse disponibili, una volta scontato il peso del servizio del debito e delle inefficienze della spesa pubblica, dall’assenza di un quadro condiviso di priorità da affrontare. Ecco, proprio sul piano delle diagnosi, propedeutico all’elaborazione di solide proposte di policy, è fondamentale chiedere alle forze politiche di confrontarsi con la serenità e la profondità che è lecito attendersi da leader che professano di avere a cuore l’interesse collettivo. Non c’è alternativa, almeno che si preferisca credere che problemi complessi come quelli che l’Italia fronteggia possano trovare soluzioni facili – eliminare l’imposta sulle successioni e il bollo auto, sospendere l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, introdurre la flat tax del 15%, sforare il vincolo di bilancio (di per sé non sacro) del 3% per finanziare un reddito di cittadinanza dall’incerta natura e un improbabile piano nazionale per la mobilità elettrica. Una faciloneria che dimostra inadeguatezza innanzitutto culturale e renderebbe ineluttabile il declino nazionale contro cui ostinatamente tanti lottano con determinazione. A pochi mesi dalle diciottesime elezioni della Repubblica italiana, la politica ha il dovere di mostrare la sua maturità ai cittadini.

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