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Vigilanza, termini scaduti: il comitato con poteri speciali non parte

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Vigilanza, termini scaduti: il comitato con poteri speciali non parte

A metà settembre, poco prima che la Commissione parlamentare d’inchiesta si insediasse a san Macuto, a palazzo Chigi si lasciavano scadere i termini per l’istituzione di un organismo che avrebbe imposto una maggiore lavoro di coordinamento tra Bankitalia, Consob e non solo. Si tratta del Comitato per le politiche macroprudenziali, ovvero l’autorità indipendente con il compito di valutare i rischi per la stabilità finanziaria e di raccomandare misure per prevenirli e contenerne gli effetti. La costituzione di quell’organismo avrebbe allineato il nostro Paese a quanto previsto da una raccomandazione datata 2011 del Comitato europeo per il rischio sistemico (Esrb). Ma i termini sono scaduti il 16 settembre e il decreto legislativo, che pure era già stato messo a punto, non è mai stato approvato.

Secondo lo schema previsto dall’Esrb il Comitato per le politiche macroprudenziali avrebbe dovuto essere presieduto dalla Banca d’Italia e vi avrebbero partecipato, oltre alla Consob, l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (Ivass), la Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip) e, in qualità di osservatori, il ministero dell’Economia e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm).

Una bozza del decreto legislativo mai approvato fissa in cinque articoli composizione, ruoli e funzioni di questo organismo, che avrebbe dovuto avvalersi di «risorse e strutture» della Banca d’Italia, visto che a presiederlo doveva essere proprio il Governatore. Il Comitato avrebbe goduto di piena indipendenza nell’identificazione dei rischi per la stabilità del nostro sistema finanziario con una serie di strumenti molto forti. Primo: obbligo per le autorità coinvolte di fornire, su richiesta motivata del Comitato, tutte le informazioni relativa a soggetti vigilati «anche in forma non aggregata». Secondo: si dava a Bankitalia il potere di chiedere informazioni a soggetti privati che svolgono «attività economiche rilevanti» anche avvalendosi della guardia di finanza.

Terzo: in caso di rifiuto di questi privati rilevanti a fornire le informazioni richieste o in caso di informazioni false, Bankitalia avrebbe potuto far scattare sanzioni amministrativa da un minimo di 5mila a un massimo di 5 milioni di euro. Quarto: le autorità componenti del Comitato non avrebbero potuto «opporsi reciprocamente il segreto d’ufficio». Il Comitato avrebbe dovuto agire con trasparenza e informare il Parlamento, almeno una volta l’anno con una relazione, dell’attività svolta. Inoltre avrebbe dovuto lavorare in cooperazione con l’Esrb, la Bce e le autorità macroprudenziali degli altri paesi Ue in una logica di massimo coordinamento sulle misure da adottare in caso di nuove crisi di impatto sistemico.

Lette un paio di mesi dopo la scadenza dei termini per la loro adozione queste norme ci raccontano un profilo di coordinamento rafforzato tra autorità finanziarie nazionali ed europee che l’Italia continua a non avere sul fronte dell’analisi e della prevenzione dei rischi macro. Una mancanza che condividiamo, al momento, solo con Romania e Spagna, secondo l’ultima ricognizione (aprile 2017) sull’adozione della raccomandazione Esrb/2011/3. Nel 2014 erano 11 i paesi dell’Unione che ancora non avevano istituito il previsto Comitato per le politiche macroprudenziali, otto lo hanno fatto nel anni a seguire; ora ne mancano solo tre paesi e uno è, appunto, l’Italia.

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