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I privati «salvano» la ricerca

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I privati «salvano» la ricerca

  • –Marzio Bartoloni

C’è il contributo decisivo del settore privato nella tenuta della spesa italiana in ricerca e sviluppo. Restiamo all’1,34% di investimenti rispetto al Pil, e non è un gran risultato perché continuiamo a inseguire le altre grandi economie, ma le imprese spingono il dato assoluto, che risulta in crescita dell’1,7% in termini nominali e dello 0,9% in termini reali. La ricognizione, a cura dell’Istat, si riferisce all’ultimo anno rilevabile, il 2015, e alle spese intra-muros, cioè per attività con personale e attrezzature propri. In totale 22,2 miliardi di euro.

In confronto al 2014, la spesa cresce nel settore privato che arriva a 13,6 miliardi (+4,4% per le imprese, +6,8% per le istituzioni private non profit), mentre diminuisce nelle istituzioni pubbliche (-1,7%) e nelle università (-2,8%). Il settore privato pesa così per il 61,4% degli investimenti totali (era al 59,7% nel 2014).

È possibile - anche se l’Istat non esamina quest’aspetto - che la svolta privata del 2015 sia stata favorita dall’effetto debutto del credito di imposta per gli investimenti in R&S previsto dal Dl 145/2013, misura per la quale quell’anno, tra mille difficoltà, fu completato l’iter attuativo. Il beneficio riguardava anche le spese per il personale altamente qualificato. I dati Istat relativi al 2015 segnalano un aumento anche del personale impegnato in attività di ricerca (+3,9%), per 259.167 unità equivalenti a tempo peno. Cresce il numero di ricercatori impegnati: da 168.074 a 174.327 (+3,7%). Ma resta bassa la quota di donne impegnate nella R&S, poco più di un terzo degli addetti.

L’indagine Istat si sofferma brevemente anche sulle stime 2016 e 2017, sebbene queste siano da considerare molto provvisorie: in passato si sono verificati scostamenti significativi, anche di tendenza, rispetto al dato consolidato. Ad ogni modo allo stato si prevede che nel 2016 la spesa complessiva torni in terreno negativo: -2,5% in termini nominali e -3,2% in termini reali. Il contributo privato dovrebbe tornare a calare, forse per effetto saturazione dopo il primo anno del “bonus”.

Nella valutazione Istat, tornando ai dati consolidati del 2015, sono in forte espansione le attività di sviluppo sperimentale e la ricerca di base (+7,9% e +2,6%) mentre la ricerca applicata cala del 2,4%. Spicca in assoluto il calo della spesa nelle istituzioni pubbliche (-1,7% a 2,9 miliardi) e nelle università (-2,8% a 5,6 miliardi). E colpisce anche il dato delle partnership tra imprese e ricerca pubblica che sembrano non decollare, come dimostrano i dati sulle fonti di finanziamento per settore (a esempio nella ricerca delle imprese solo il 10% dei fondi arriva da atenei ed enti).

Un’inversione di tendenza per la ricerca pubblica dovrebbe arrivare con un bando record - il più alto nella storia dei Prin (Progetti di ricerca di interesse nazionale) - da 390 milioni che il Miur licenzierà a dicembre e destinato alla ricerca delle università. Un bando che potrebbe finanziare almeno 20mila ricercatori (l’ultimo nel 2015, da 98 milioni, ne coinvolse 7mila). Per le risorse si attingerà da varie fonti (First, Fondo sviluppo e coesione) con una fetta importante - ben 250 milioni - che arriverà dai fondi risparmiati finora dalla sua nascita a oggi dall’Iit di Genova (il famoso “tesoretto” dell’Istituto italiano di tecnologie). In questi giorni sarà firmata la convenzione con il Mef per il loro trasferimento. Il bando di quest’anno darà poi una priorità ai ricercatori under 40 (la loro presenza nei team darà un maggior punteggio) e avverrà in due fasi (pre-selezione e selezione) con un monitoraggio dei progetti a metà percorso. Le aree scientifiche finanziate saranno i 25 settori del Consiglio europeo della ricerca divise in tre macroaree (life science, social science and humanities, physical sciences and engineering). A inizio anno è previsto infine un finanziamento di 60 milioni per i dottorati innovativi nelle imprese con una priorità nei temi di industria 4.0: le risorse finanzieranno quasi mille dottorati tutti concentrati al Sud.

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