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Inquinamento, sequestro ampio

Giustizia

Inquinamento, sequestro ampio

(Fotogramma)
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Il reato di inquinamento ambientale è di danno. Serve quindi un evento di danneggiamento che si può concretizzare in due modi. Uno, più lieve, è il deterioramento e «consiste in una riduzione della cosa che costituisce oggetto in uno stato tale da diminuirne in modo apprezzabile il valore o da impedirne anche parzialmente l’uso, ovvero da rendere necessaria, per il ripristino, un’attività non agevole». Mente nel caso della compromissione, scatta se è presente «uno squilibrio funzionale che attiene alla relazione del bene aggredito con l’uomo e ai bisogni o interessi che il bene deve soddisfare». Nel caso della richiesta di applicazione di una misura cautelare allora, per fare scattare il sequestro preventivo basta accertare l’elevata probabilità di un deterioramento significativo o di una probabile compromissione. Queste le conclusioni della Corte di cassazione con la sentenza della Terza sezione penale n. 52436.

Nel caso affrontato dalla Corte erano stati contestati, dalla difesa del rappresentante legale di una società per azioni, i decreti di sequestro emessi per violazione dell’articolo 452 bis del Codice penale: secondo il quadro accusatorio infatti veniva continuamente versato in mare da un sistema di depurazione gestito dalla Spa un prodotto refluo che dalla campionatura effettuata risultava assai peggiore biologicamente della somma de reflui confluenti.

Affrontando la questione, la Cassazione mette in evidenza come la condotta in discussione sia del tutto abusiva. Manca infatti un’autorizzazione che era stata anzi negata in precedenza. La condotta di inquinamento ambientale, sulla base del nuovo articolo 452 bis del Codice penale introdotto due anni fa, comprende non solo quella svolta in assenza delle autorizzazioni previste, ma anche quella posta in essere in violazione di leggi statali o regionali o anche solo di prescrizioni amministrative.

Era poi stata contestato il fatto che le misurazioni non avevano permesso un accertamento puntuale della consistenza del deterioramento, ma, sul punto, la Cassazione ricorda che si tratta di un giudizio cautelare e che per fondare il sequestro è sufficiente la plausibilità del verificarsi dell’evento dannoso. Nel caso esaminato a venire valorizzata era la durata prolungata nel tempo dello scarico dei reflui e la loro quantità (si trattava di un insieme di composti che provenivano da due impianti che veniva sospinto in mare da una conduttura sottomarina). C’era cioè un robusto quadro indiziario.

Inoltre, per la configurabilità del reato non è necessaria l’irreversibilità del danno ambientale. Le condotte poste in essere cioè dopo un iniziale deterioramento o compromissione del bene non «costituiscono un post factum non punibile, ma integrano invece singoli atti di un’unica azione lesiva che spostano in avanti la cessazione della consumazione».

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