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Marco Piantini: «Brexit, l’Italia chiede certezze»

PARLA IL CONSIGLIERE DI PALAZZO CHIGI

Marco Piantini: «Brexit, l’Italia chiede certezze»

Un ombrello con la bandiera britannica davanti al Big Ben a Londra
Un ombrello con la bandiera britannica davanti al Big Ben a Londra

«È con profonda amarezza che abbiamo visto sfumare in questo modo l’assegnazione a Milano della sede dell’ Ema, l’agenzia del farmaco europea, ma serve guardare indietro solo per migliorare ciò che si può fare in futuro». In questa intervista al Sole 24 Ore per fare il punto sul negoziato sulla Brexit e sulle priorità italiane, Marco Piantini, consigliere del premier Gentiloni per gli Affari europei e a capo del coordinamento tecnico interministeriale per l’addio a Londra, torna con la mente al sorteggio di una settimana fa a Bruxelles che ha decretato la vittoria di Amsterdam e invita a guardare alle sfide future. «Commissione e Parlamento - dice Piantini - devono avere maggiori responsabilità nel processo decisionale, insieme agli Stati membri. La concentrazione al Consiglio di tante decisioni non aiuta l’Unione, e al suo interno di certo non favorisce l’Italia. Non si devono poi disperdere, semmai valorizzare, le capacità che il nostro Paese ha quando si uniscono energie e idee diverse, a tutti i livelli, intorno a progetti strategici. È la condizione di partenza per costruire un consenso “maggioritario” nell’Europa di oggi».

Il prossimo banco di prova è il negoziato vero e proprio sulla Brexit. Mancano poco più di due settimane al Consiglio europeo del 14 e 15 dicembre. Ci sono i presupposti per un accordo tra la Ue e Londra sul conto del divorzio, sui diritti dei cittadini e sulla questione irlandese per poter passare in quell’occasione alla “fase due”, con la trattativa sulla futura relazione tra le parti?
Anche se ci sono vari nodi da sciogliere, accordi su diversi temi sono a portata di mano, ma non deve essere lasciato niente di intentato. Per il prossimo Consiglio europeo il tempo è poco, ma c’è e le istituzioni a Bruxelles non devono perdere il pallino del negoziato. Prima di costruire un quadro stabile di rapporti, è inoltre necessario vigilare affinché già una fase di transizione non comporti costi onerosi per tutti.

Quali sono gli aspetti più preoccupanti della trattativa?
Al di là degli aspetti giuridici, le incertezze sull’orientamento di fondo da parte britannica hanno colpito anche gli amici più sinceri di quel Paese. Se la Brexit diventa una sfida al modello sociale europeo e agli standard del mercato interno, può finire male. La solidità del negoziato, infatti, più che su temi specifici deve essere misurata sulla certezza giuridica complessiva, per cittadini e aziende. Su quello sarà giudicato, su quello bisogna concentrarsi.

Dopo mesi di negoziati a rilento, negli ultimi giorni Theresa May sembrerebbe ora più disponibile a onorare gli impegni con la Ue. Quali sono i punti fermi dell’Italia su questo fronte?
Se vengono precisati gli impegni, ovvero i princìpi e un orizzonte temporale per rispettarli, il negoziato può avanzare bene. Alcuni segnali in questa direzione sono positivi, va però fatta chiarezza del tutto, anche perché in parallelo dobbiamo pensare al quadro delle risorse dell’Unione a ventisette. I britannici sono contribuenti netti al bilancio comunitario e gli scenari di riduzione del bilancio e delle politiche comuni o di un aumento del contributo degli Stati dovrebbero essere evitati. Se riusciamo a spostare il dibattito verso un sistema compiuto di risorse proprie (attingendo al lavoro fatto dal gruppo di lavoro presieduto da Mario Monti) e verso beni pubblici comuni da finanziare utilizzando tutti gli strumenti che abbiamo, non è impossibile lavorare a una quadratura del cerchio. C’è bisogno, in sostanza, di tracciare una prospettiva. Il confronto con gli inglesi sugli impegni finanziari ci obbliga a non nasconderci dal nostro lato. Per noi, come per loro, la questione è che futuro vogliamo per l’Unione e quanto la Ue può contribuire a promuovere progresso e coesione sociale. Questo è il contesto nel quale si svolge il negoziato e che non va perso di vista anche se non ne fa direttamente parte. Aggiungo un’altra cosa, per noi centrale: dev’essere garantita la continuità dell’azione delle istituzioni e dei diversi strumenti che sono cresciuti in questi anni, come la Banca europea degli investimenti. Contiamo inoltre su un impegno forte da parte del Parlamento europeo, che dovrà dare il proprio assenso all’accordo di recesso.

Sui diritti dei cittadini quali sono i nodi ancora da sciogliere per trovare un accordo?
Aspetti come i ricongiungimenti familiari e l’accesso a alcune prestazioni sociali sono importanti. Abbiamo una comunità italiana nel Regno Unito molto diffusa, integrata, variegata anche anagraficamente. È interesse italiano, e certo anche britannico, che possano continuare ad accedere facilmente, con procedure semplici, a una serie di servizi delle amministrazioni pubbliche. Noi sosteniamo con convinzione gli sforzi volti ad accelerare il negoziato. Ma questo deve avvenire risolvendo appunto questioni di questo tipo, che non sono particolarmente complicate, ma che hanno un rilievo sociale che non può essere trascurato. È di aiuto il dialogo costante da parte nostra, specialmente con il tramite della nostra ambasciata e della Farnesina, ma anche da parte di Bruxelles e delle autorità del Regno Unito con le associazioni di cittadini che sono nate su questo tema.

La questione ancora in sospeso sembra essere quella irlandese. Che cosa propone l’Italia per sbloccare il negoziato su questo fronte?
Sin dall’inizio del negoziato e poi in varie sedi abbiamo sostenuto che la questione irlandese costituiva una cartina di tornasole molto importante, forse decisiva. Gli accordi di pace sono stati una grande conquista per l’Europa. Per tutti, non solo per gli Stati più direttamente coinvolti. Quella dell’Irlanda del Nord è una piccola Brexit nella più grande Brexit. Noi sosteniamo con molta determinazione il lavoro in corso, che ovviamente vede l’impegno più diretto di irlandesi e britannici. Come mantenere una frontiera aperta, la libertà di circolazione per persone e merci che oggi c’è dove c’era un conflitto. Impensabile che si voglia tornare indietro. Basti pensare che gli Accordi del Venerdì Santo hanno permesso ai cittadini nati nell’Ulster di scegliere di acquisire la nazionalità irlandese o inglese, o entrambe: oggi sono 1,8 milioni i cittadini nati in Irlanda del Nord che beneficiano di questa opportunità. L’Unione lavora affinché questi diritti continuino a essere riconosciuti anche dopo la Brexit. Sarà molto importante circoscrivere bene i princìpi e le linee guida per i rapporti intorno alla frontiera nordirlandese per mettere sui binari giusti la seconda fase del negoziato complessivo.

L’impasse politica in Germania non rischia di ostacolare i negoziati?
Temo maggiormente il rischio del pilota automatico, di un negoziato che non abbia piena consapevolezza della profondità delle questioni in ballo e della necessità di mantenere lo sguardo su una prospettiva più ampia di sviluppo comune. La Camera di commercio tedesca ha calcolato un calo dell’export tedesco verso il Regno Unito del 3% nella prima metà dell’anno e un aumento del 6% verso il resto della Ue. Questa dinamica potrebbe accentuarsi ancora di più a Brexit avvenuta.

In caso di “no deal”, quali sarebbero le conseguenze per l’Italia e gli altri Paesi?
Lo scenario di un mancato accordo è pessimo. Alle probabili ricadute economiche se ne aggiungerebbero altre. Per il 2019 bisogna essere pronti a ogni opzione e avere un’idea precisa dei rapporti che il Regno Unito avrà in futuro con la Ue.

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