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Quei centomila italiani mai nati negli anni della crisi economica

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L'Analisi|i dati istat

Quei centomila italiani mai nati negli anni della crisi economica

Dal crac di Lehman Brothers a fine 2016 in Italia sono nati centomila bambini in meno. Un crollo demografico soprattutto dovuto alle minori nascite da coppie di genitori italiani, visto che negli anni della peggiore crisi economica vissuta dall’Italia sono crollati anche i matrimoni, con la conseguenza che i primi figli sono passati da 283.922 del 2008 a 227.412 dell'anno scorso (-20%). Il fatto è che nel nostro Paese, come in altri Paesi mediterranei, il legame tra nuzialità e natalità è altissimo (l’anno scorso il 70% delle nascite è avvenuta all'interno del matrimonio) e se crollano i matrimoni non arrivano più bambini.

Istat ha indagato a fondo, in questi anni di crisi, la portata del legame tra recessione e crollo della natalità. Ed è arrivata alla conclusione che la mancanza di prospettive certe di impiego e reddito hanno sempre indotto le giovani coppie a rinviare le loro scelte matrimoniali. «Nel 2012 - racconta Sabrina Prati - direttore del servizio demografico Istat - da una nostra indagine su un campione di mamme abbiamo avuto come risposta quella del rinvio a tempi migliori sulla scelta di avere un secondo figlio».

La mancanza di un futuro economico ha congelato la voglia di avere una famiglia e il crollo è stato violento soprattutto nella fascia di età più feconda, tra i 15 e i 30 anni. Un crollo con effetti moltiplicati dal fatto che le donne in età feconda, nel frattempo, si sono dimezzate. Se negli anni del baby boom nascevano ogni anno circa un milione di bambini ora siamo al di sotto dei 480mila. Che cosa significa in prospettiva? Che la popolazione italiana, si sta restringendo velocemente.

Secondo le ultime stime Istat, nello scenario mediano, i residenti scenderanno a 58,6 milioni nel 2045 e a 53,7 milioni nel 2065. La perdita rispetto al 2016 (60,7 milioni) sarebbe di 2,1 milioni di residenti nel 2045 e di 7 milioni nel 2065 . «Tenendo conto della variabilità associata agli eventi demografici - spiega ancora Sabrina Prati -, la stima della popolazione al 2065 oscilla da un minimo di 46,1 milioni a un massimo di 61,5. E la probabilità di un aumento della popolazione al 2065 è pari al 7%».

La prova del nove che il crollo delle nascite è legato a doppio filo con la crisi economica arriva dagli ultimi dati, quelli relativi al primo semestre dell'anno, che fanno intravvedere un possibile rimbalzo: i mille e cinquecento nati in meno dei primi mesi di quest'anno vanno confrontati con i meno 8mila degli anni scorsi: «Anche in Grecia e Spagna abbiamo visto che un'inversione è in atto - fa notare ancora Sabrina Prati - e diciamo che se si procederà a questo ritmo il 2017 potrebbe chiudersi con sole 3mila nascite in meno, un dato confortante rispetto ai -12mila degli ultimi anni». Ma attenzione alle dimensioni di struttura della popolazione: anche una significativa ripresa degli indici di fecondità dovrà fare i conti con il fatto che, come si diceva, le donne in età fertile sono la metà delle loro madri.

Per questo le stime Istat ci dicono che la popolazione nei prossimi cinquant'anni è inesorabilmente destinata a ridursi e a invecchiare. Ricordiamoci solo un altro dato da leggere insieme con quelli sulla natalità: l'indice di dipendenza degli anziani (ovvero gli over 65enni rispetto ai 15-64enni): se oggi ogni 35 pensionati corrispondono 100 concittadini in età da lavoro (non tutti però sono occupati) tra vent'anni il rapporto salirà a 54. Vent'anni ancora più in là, siamo nel 2057, si arriva a 62 pensionati ogni 100 cittadini in età da lavoro (ripetiamolo, non tutti però con un'occupazione stabile). Ne tengano conti i legislatori affezionati al grande dibattito sulla distinzione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale.

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