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La matassa elettorale e il nodo dell’Iva

L'Analisi|regole europee e calendario politico

La matassa elettorale e il nodo dell’Iva

Che sia questo governo, in carica per gli affari correnti dopo le elezioni, oppure il nuovo governo già insediato (ammesso che l’esito del voto lo consenta) un dato è certo: già nel Documento di economia e finanza di metà aprile occorrerà indicare se e come far fronte all’eventuale, nuova sterilizzazione delle clausole Iva pronte a scattare dal 2019 con il loro ingombrante fardello di ben 12,4 miliardi. Per il 2018 il rischio è stato evitato in virtù della decisione assunta dal governo di neutralizzare gli aumenti di Iva e accise per 15,7 miliardi. Operazione finanziata in gran parte attraverso l’aumento del deficit nominale dall’1 all’1,6 per cento. In aprile sarà nuovamente il governo Gentiloni a dover districare la matassa? Possibile, se a quella data non si sarà insediato il nuovo governo pienamente in carica dopo il voto di fiducia di Camera e Senato. Scenario tutt’altro che ipotetico, considerata l’incertezza legata all’esito delle prossime elezioni. Se si andrà a votare il 4 o l’11 marzo, ad aprile le nuove Camere si saranno comunque già formate. A quel punto il governo Gentiloni dovrebbe presentare le dimissioni e restare in carica per gli affari correnti in attesa che si insedi il nuovo esecutivo.

I poteri di un Governo in prorogatio
La presentazione del Def rientra negli affari correnti? La risposta è affermativa, trattandosi di un passaggio espressamente previsto dal cosiddetto semestre europeo, che vede appunto nella predisposizione dei documenti programmatici dei singoli governi un atto preliminare fondamentale, sul quale si innescano poi tutti i passaggi successivi. Già ma un governo in prorogatio forzata potrebbe assumere decisioni politicamente vincolanti in materia di finanza pubblica, quali appunto il reperimento di risorse alternative all’aumento dell’Iva (tagli di spesa o aumenti delle entrate per oltre 12 miliardi)? Un problema non da poco, che potrebbe risolversi in aprile con la decisione del governo Gentiloni di mantenere inalterata la legislazione vigente, che incorpora dunque l’aumento dell’Iva, salvo poi rinviare al governo che verrà la soluzione del dilemma. A quel punto la decisione finale slitterebbe a settembre con la Nota di aggiornamento al Def. Vi è da augurarsi che in tal caso Bruxelles non segua una strada eccessivamente formale nel rispetto delle procedure. Va ricordato in proposito che la Commissione Ue non incorpora nelle proprie previsioni l’aumento dell’Iva, dando di fatto per scontata la sua neutralizzazione come avvenuto dal 2015 in poi.

Intreccio tra regole Ue e politica interna
Se poi in maggio, replicando quanto deciso quest’anno, la Commissione Ue dovesse reiterare la richiesta di una correzione dei conti per lo 0,2% del Pil (è lo scarto che secondo Bruxelles separa la stima del taglio del deficit strutturale da quella del governo), allora il problema si porrebbe in maniera ancor più cogente. Certo non sarebbe un bel viatico per il nuovo governo esordire con una manovra correttiva di 3,2 miliardi (il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan per ora la esclude). È probabile che si decida di attendere la formazione del nuovo governo. Tutt’altra situazione si prospetterebbe laddove (anche questa è un’opzione possibile) il risultato delle elezioni non consentisse la formazione di un nuovo governo. A quel punto il governo Gentiloni resterebbe pienamente in carica (previo voto di fiducia delle Camere) fino alla successiva consultazione elettorale, assumendo di conseguenza anche le relative decisioni in materia di Iva e di manovra correttiva. Si prospetta in ogni caso un complesso intreccio tra procedure imposte dalle regole europee e passaggi politico/istituzionali del dopo elezioni, da valutare con molta attenzione.

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