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Camusso e Cinque stelle all’assalto dell’articolo 18

La manifestazione Cgil

Camusso e Cinque stelle all’assalto dell’articolo 18

C’è un fil rouge che va dalla manifestazione Cgil di ieri ai Cinque Stelle fino al nuovo soggetto politico della sinistra guidato da Pietro Grasso, che sarà presentato oggi a Roma: la battaglia contro il Jobs Act per il ripristino dell’articolo 18. Politicamente, è il tema del lavoro che potrebbe rappresentare l’ossatura di future alleanze post-voto tra M5S e sinistra, di cui al momento non si parla (il mantra del Movimento è “correre da soli” nella speranza di diventare il primo partito e ottenere l’incarico dal presidente Mattarella), ma che aleggiano sottotraccia.

Nelle piazze di Roma, Torino, Bari, Cagliari e Palermo la mobilitazione della Cgil al grido “Pensioni, i conti non tornano” è stata scaldata dalle parole della segretaria Susanna Camusso, che sarà anche in platea all’assemblea di Mdp, Sinistra italiana e Possibile e che ha invocato una svolta su previdenza, lavoro e giovani. I mondi si mescolano: al corteo romano sfilavano Nicola Fratoianni, Stefano Fassina, Guglielmo Epifani, Alfredo D’Attorre. L’affinità è elettiva. «Rilanceremo i temi proposti della Cgil nei nostri emendamenti alla legge di bilancio alla Camera», promette Francesco Laforgia, capogruppo dei bersaniani a Montecitorio e primo firmatario della proposta di legge per il ripristino dell’articolo 18 in caso di licenziamento illegittimo e della sua estensione anche alle imprese sotto i 15 dipendenti. Nel mirino dunque finiscono sia le scelte del governo, che secondo Camusso «ha chiuso la porta alla prospettiva previdenziale dei giovani e non ha previsto soluzioni per le lavoratrici», sia il Pd di Matteo Renzi, quello che, ha sostenuto Fratoianni, «ha applicato il programma della destra, con lo Sblocca Italia, il Jobs act, la buona scuola, le scelte sui migranti».

E allora, al segretario dem che ha escluso passi indietro sull’articolo 18 «perché è un totem ideologico di una parte del sindacato», Camusso - che ha invitato Cisl e Uil a «ritessere i fili dell’unità» sindacale - ha replicato: «Non è un totem ideologico, ma una necessità concreta per superare le divisioni nei luoghi di lavoro». Se sulle pensioni si tornerà all’attacco da domani alla Camera con l’arrivo della manovra, l’assalto al Jobs Act è arma di lungo periodo da brandire in campagna elettorale.

I Cinque Stelle cavalcano l’onda, con la solita ossessione per i distinguo. «Vogliamo abolire il Jobs Act e ripristinare l’articolo 18, ma crediamo che non vada esteso alle imprese sotto i 15 dipendenti, perché in quel caso sono a conduzione familiare», ha ribadito il candidato premier Luigi Di Maio a margine del suo “rally” in Lombardia. Oggi farà tappa nel luogo simbolo del Pio Albergo Trivulzio, da cui partì Mani Pulite, poi rientrerà a Roma. Barcamenarsi non è facile. Proporre il ritorno dell’articolo 18 potrebbe far perdere consensi proprio in quel Nord produttivo che si sta cercando di conquistare a colpi di annunci di riforme fiscali choc modello Trump, sfidando il centrodestra sul suo terreno. «È dura per loro», riassume Umberto Bossi dalla Lega. «Qui la gente è concreta, vuole vederci chiaro».

Eppure il M5S continua a muoversi frenetico in più direzioni. Di Maio ha confermato l’incontro al Senato del 13 novembre, rivelato da Bloomberg, tra i grillini Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Laura Bottici e il gotha di banche d’affari e hedge fund: investitori che gestiscono 5mila miliardi di dollari. Sibilia, archiviata la stagione delle proteste contro Bilderberg, al Sole 24 Ore tira acqua al suo mulino: «Questo incontro rientra tra quelli con gli stakeholders. Sono arrivate tante domande sul programma. E g li investitori hanno convenuto con noi sul fatto che gli altri interlocutori hanno ormai scarsa credibilità politica». La strategia è stata chiarita da Di Maio: «È importante far capire che noi siamo l’occasione di stabilità, non di instabilità, per l’Italia». L’amo ai mercati è lanciato, ma per eventuali convergenze a sinistra dopo le elezioni torna utile la questione banche. «Surreale» per Di Maio la richiesta di scuse avanzata dal Pd: «Sono Renzi e Boschi, che hanno salvato Visco e i vertici di Consob e hanno mandato sul lastrico centinaia di migliaia di risparmiatori, che dovrebbero chiedere scusa al Paese».

Ancora più complessa la partita di Grasso. Marcare le distanze da Renzi è necessario per il tentativo di palingenesi della sinistra, che però il presidente del Senato vorrebbe allargata alla società civile, ben oltre “la Cosa Rossa”. Sarà questo progetto - insieme al suo vissuto di “ragazzo di sinistra” diventato magistrato simbolo della lotta alla mafia - che evocherà nel discorso per lanciare il “partito del lavoro”. Il nome (fino a ieri sera in pole rimaneva “Liberi e uguali”) sarà svelato oggi. Perso Giuliano Pisapia, che martedì dovrebbe chiudere l’accordo con il Pd, ancora contesa è Laura Boldrini. La speranza è comunque catalizzare i voti della galassia che si sente tradita dal Pd renziano. Ma anche di quella che ha guardato con simpatia alM5S e che adesso, come sembra dimostrare l’astensionismo in Sicilia e a Ostia, tentenna.

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