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Etruria-Vicenza, le carte della discordia

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il verbale del cda di arezzo sulla fusione

Etruria-Vicenza, le carte della discordia

(Contrasto)
(Contrasto)

È intorno al contenuto della terza ispezione della Banca d’Italia dentro Banca Etruria che si gioca lo scontro tra i vertici di Palazzo Koch e la procura di Arezzo nella Commissione di inchiesta sulle banche. E ora spunta anche un nuovo documento su cui potrebbero aprirsi nuove riflessioni sull’accaduto: un verbale di un cda di Bpel in cui si parla di un incontro avvenuto con Popolare Vicenza e Bankitalia.

La terza ispezione
Il documento della discordia è datato 11 novembre 2014-27 febbraio 2015. Dopo quest’ultima ispezione l’istituto aretino viene commissariato (e da lì si procederà rapidamente alla dichiarazione dello stato di insolvenza e quindi all’apertura di un’inchiesta per bancarotta fraudolenta). Quello che emerge nero su bianco è a pagina 4, quando gli ispettori di Palazzo Kock rilevano che «Banca Etruria ha lasciato inevasa la richiesta dell’Organo di Vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato standing... In particolare non è stata portata all’attenzione dell’assemblea dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante». Anche a pagina 23 si riporta «il ruolo contraddittorio avuto con il presidente nelle negoziazioni con Vicenza...e detto esponente ha di fatto posto in essere comportamenti che hanno condotto all’interruzione della trattativa». La procura di Arezzo legge in queste espressioni la volontà di Bankitalia di favorire l’aggregazione; per Bankitalia invece il problema è stato la mancanza di informazione nei confronti degli organi assembleari. Per gli inquirenti aretini - che eventualmente gireranno le evidenze di reato alla procura di Roma competente su Bankitalia - sarebbe stato un errore della Vigilanza, o almeno una lacuna, lasciare che due banche in difficoltà si unissero fra loro. Intanto Pierluigi Boschi rimane ancora formalmente indagato per la liquidazione ritenuta non congrua all’ex dg Luca Bronchi, ma per lui non è stato richiesto il rinvio a giudizio per le condotte distrattive relative ai prestiti. L’archiviazione non c’è ancora stata.

Il verbale nascosto

Spunta una nuova carta. È il verbale di un cda di Banca Etruria avvenuto il 19 giugno 2014, in cui si racconta di un incontro avvenuto 4 giorni prima alla presenza dei «rappresentanti di Banca d’Italia, il presidente Zonin e il direttore generale Sorato in rappresentanza della Banca popolare di Vicenza e, per Banca Etruria, il presidente e i vice presidenti unitamente a Andrea Zoppini e a Alessandro Carpinella di Kpmg». Si era parlato di fusione tra Etruria e Vicenza, tanto che viene ricordata «la concessione da parte di Banca Etruria e Banca popolare di Vicenza di un diritto di prelazione della durata di 12 mesi che garantisca a Bpvi il ruolo di partner privilegiato nell’ambito del percorso di integrazione avviato anche a livello societario». I rappresentanti di Bankitalia fanno notare «come l’offerta pubblica d’acquisto non possa rappresentare l’unica soluzione percorribile per addivenire all’auspicata integrazione, al contempo ribadendo l’esigenza che il processo di aggregazione si concluda con tempi e modalità puntualmente definiti». Bankitalia in sostanza non esprime contrarietà all’operazione.

La posizione di Bankitalia
Per sapere quale sarà la ricostruzione di Bankitalia sulla vicenda della mancata acquisizione dell’Etruria da parte della banca di Zonin bisognerà aspettare martedì 12 dicembre, quando sarà audito in Commissione il capo della Vigilanza, Carmelo Barbagallo. Oltre alla riconferma che Bankitalia non ha mai chiesto alla Vicenza di acquisire l’Etruria, c’è da aspettarsi una ricostruzione della cronologia delle interlocuzioni informali intercorse nei primi sei mesi del 2014 per l’avvio di un matrimonio che non s’è mai consumato. Fino al fatidico agosto di quell’anno quando, una volta archiviata l’ipotesi Vicenza, i vertici di Banca Etruria informarono via Nazionale che, nell’attesa di trovare un partner diverso, avrebbero proceduto alla trasformazione della Popolare in Spa con l’ingresso nel capitale di industriali locali e un fondo del Qatar. Anche in quell’ultimo passaggio la Vigilanza si limitò a ribadire che l’unica condizione da rispettare sarebbe stata l’acquisizione della banca da parte di un partner, perché l’approcio stand alone non aveva più margini.

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