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La posta in gioco dell’Italia alle elezioni

L'Editoriale|quale ruolo nella ue

La posta in gioco dell’Italia alle elezioni

La posta in gioco, nelle elezioni parlamentari della prossima primavera, è molto alta. Esse sono comparabili con quelle che si sono tenute nell’aprile del 1948. In queste ultime, la posta in gioco fu la collocazione internazionale dell’Italia mentre, nelle prossime elezioni, sarà la sua collocazione europea. Il risultato elettorale del 1948 consentì all’Italia di rimanere nel mondo occidentale. Il risultato elettorale del 2018 deciderà se l’Italia continuerà a fare parte del gruppo di Paesi europei impegnati ad avanzare nel processo di integrazione oppure diventerà la propaggine meridionale di quelli impegnati a contrastare quest’ultima. Allora - nel 1948 - diversi leader politici ed esponenti intellettuali non capirono la profondità della sfida da affrontare. La loro preoccupazione era esclusivamente partigiana, legittimare o delegittimare l’uno o l’altro partito. Anche oggi, seppure in un contesto diverso, la comprensione della posta in gioco sembra sfuggire a non pochi esponenti politici e (soprattutto) intellettuali. Per costoro, le elezioni del 2018 sono un’occasione per legittimare il Movimento Cinque Stelle o per stabilire rapporti di forza all’interno dell’uno o dell’altro polo. Un evento insomma di pura politica domestica.

Due esempi. Da alcuni giorni si è sviluppato un dibattito sul carattere eversivo o meno del Movimento grillino. Autorevoli osservatori hanno argomentato che quest’ultimo non costituisce affatto una minaccia per la nostra democrazia, ma che è anzi una forza politica necessaria per raddrizzare quella democrazia. Sempre da alcuni giorni è stata sollevata una discussione sulla minaccia fascista alla nostra democrazia repubblicana, minaccia costituita non solamente dai gruppuscoli ideologicamente fascisti (come Casa Pound) ma anche da quelle forze di destra (come la Lega) che propongono politiche di “tolleranza zero” nei confronti di migranti e rifugiati. Entrambi i dibattiti si basano su argomenti generici. Senza sottovalutare la minaccia fascista o la necessità di costituzionalizzare il populismo, sembra di essere ritornati indietro di un secolo, a quel 1919 in cui cominciavano ad amalgamarsi le miscele ideologiche che portarono alla crisi dell’allora fragile democrazia liberale italiana.

Con alcuni che sostenevano, a sinistra, che il fascismo andava combattuto ed altri, a destra, che pensavano che poteva essere utilizzato per “pulire le stalle della democrazia parlamentare”. Ma cosa c’entra tutto ciò con le sfide che l’Italia dovrà affrontare nel 2018?

Le elezioni dell’anno prossimo non hanno nulla a che fare con la minaccia fascista. Se quest’ultima viene utilizzata per aggregare la sinistra radicale, l’esito sarà la definitiva marginalità di quest’ultima. Ma quelle elezioni non hanno neppure nulla a che fare con la liberazione del Paese dalla “casta”. Se settori della classe dirigente italiana giungessero a ritenere il populismo dei Cinque Stelle una medicina necessaria per liberarci dai “politicanti”, l’esito sarà (per loro) peggiore della casta. Perché il problema del populismo non è tanto il suo carattere eversivo, ma la sua incapacità di governare. Dopo tutto, come ha confessato il leader dei Cinque Stelle, Alessandro Di Battista, in un’intervista a «La Repubblica»: «Detesto l’idea che un popolo abbia bisogno di qualcuno che lo diriga».

E’ encomiabile che Luigi Di Maio abbia restituito 300mila euro della propria indennità parlamentare allo Stato, e sarebbe bene che lo facessero anche altri, tuttavia ciò non è una garanzia della sua capacità di governo (come conferma la posizione espressa ieri a favore del ripristino dell’articolo 18). Tant’è che quando i populisti sono andati al governo, come a Roma, i problemi sono peggiorati, non già migliorati. Se poi a questo populismo “né di destra né di sinistra” si aggregano i radicalismi della destra e della sinistra, allora l’ingovernabilità è assicurata. La minaccia principale alla democrazia italiana, oggi, proviene dal suo interno e non dall’esterno. Consiste nello svuotamento delle sue istituzioni rappresentative e nella marginalizzazione del suo ruolo europeo. Quando l’idea che i cittadini debbono essere governati “da qualcuno come loro” ha vinto, come nel Regno Unito e negli Stati Uniti, gli esiti sono stati la Brexit e Donald Trump.

L’Italia ha bisogno di un dibattito pubblico meno superficiale. Occorre andare a vedere la vera posta in gioco delle elezioni della prossima primavera. Quella posta in gioco concerne il nostro ruolo in Europa. Un ruolo che verrà deciso dall’esito dello scontro tra europeismo e anti-europeismo. Ciò che lo caratterizza l’anti-europeismo è l’idea di ritornare a casa, alla sovranità dello Stato nazionale. Se quell’idea vincesse, avremmo la definitiva provincializzazione del nostro Paese. Ci rinchiuderemmo sulle nostre debolezze storiche e strutturali. Siccome gli anti-europeisti non saprebbero come affrontarle, allora dovremmo assistere alla litania dei complotti orditi contro di noi per impedirci di governare (una tecnica nota non solo in Venezuela ma anche al Comune di Roma). L’Italia si aggiungerebbe a quella coalizione sovranista che, da Vienna a Varsavia a Budapest, rumoreggia costantemente contro le tecnocrazie di Bruxelles. Come ha dichiarato recentemente il primo ministro polacco Beata Szydlo, «i popoli in Europa sentono sempre di più che le élite in Bruxelles non hanno contatti con i loro problemi».

L’Europa ridotta alle élite di Bruxelles? Il sovranismo attraversa tutti gli schieramenti politici italiani. Nel Parlamento europeo, i deputati Cinque Stelle fanno parte del gruppo guidato dal leader degli indipendentisti britannici, Nigel Farage; i deputati della Lega Nord sono nel gruppo guidato dalla leader nazionalista francese Marine Le Pen; e i deputati della sinistra radicale sono i più euroscettici della (originariamente) euroscettica Lista Tsipras.

Di fronte all’anti-europeismo, le forze europeiste debbono non solamente alzare la voce in difesa dell’Ue, ma anche indicare proposte di riforma che rafforzino il nostro legame con essa. Se il rafforzamento dell’Europa è la condizione della nostra crescita e sicurezza, allora occorre elaborare una politica italiana per l’Europa. All’inizio dell’anno prossimo, poco prima delle nostre elezioni, la Germania avrà risolto il suo stallo governativo, probabilmente ricostituendo la grande coalizione. È prevedibile che questa coalizione aprirà subito un negoziato con la Francia per la riforma dell’Eurozona. Ha detto il ministro francese delle Finanze, Bruno Le Maire, in una recente intervista, «partiamo con l’unione bancaria, l’unione dei capitali e la convergenza fiscale. Poi rafforziamo il Fondo salva-Stati (Esm) e vediamo se trasformarlo in un fondo monetario europeo... Quindi mettiamo insieme risorse fiscali per costituire una capacità di risposta comune a crisi macroeconomiche. L’ultimo passaggio sarà l’istituzione di un ministro delle finanze dell’Eurozona». Se così sarà, allora si tratta di darsi da fare affinché l’Italia, non solo abbia un governo dopo le elezioni per partecipare a quel negoziato, ma elabori anche una prospettiva europeista con cui parteciparvi.

Come ha ricordato più volte e con forza Giorgio Napolitano, uno dei pochi esponenti politici con una visione strategica dell’integrazione europea, la Ue non potrà rimanere a lungo prigioniera dei veti interni, esercitati principalmente dai Paesi anti-europeisti a cui guardano i nostri populisti. La prospettiva di un’Europa a due velocità costituirà il necessario punto di incontro tra la Francia e la Germania. Se in Italia il populismo andasse al governo, allora ci auto-escluderemmo dall’Europa della prima velocità, con soddisfazione di non pochi Paesi che faranno parte di quest’ultima. Eppure, come nel 1948, anche nel 2018 ci sono politici e osservatori che non percepiscono la portata storica della posta in gioco. Invece di riscaldare minestre già ampiamente riscaldate, il dibattito pubblico dovrebbe invece chiarire che, nelle prossime elezioni, sarà in gioco la natura del nostra collocazione in Europa. Ovvero quelle elezioni decideranno se l’Italia diventerà l’alleato meridionale del Gruppo di Visegrad oppure sarà un Paese protagonista di un’Europa più integrata.

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