Commenti

Dossier Il porto franco di Ginevra ultimo baluardo della segretezza in Svizzera

Dossier | N. 18 articoliFiume di denaro

Il porto franco di Ginevra ultimo baluardo della segretezza in Svizzera

Otto minuti di cammino separano la costruzione di vetro e acciaio del quartier generale di Ubs dal più inaccessibile museo della terra. Carouge, nella parte sudoccidentale di Ginevra, è un luogo di misteri. Il palazzo dell'Ubs ospitava fino a qualche anno fa la sede della Hsbc.
Ed è da qui che Hervé Falciani ha risucchiato nel deep web l'intero archivio informatico della banca dando vita allo scandalo SwissLeaks.

Il porto franco di GInevra (Reuters)

Da Rue des Noirettes si svolta sulla Route des Acacias e si arriva a La Praille, dove il più segreto dei musei del mondo ha l'aspetto di un moderno magazzino di sei piani. È il porto franco di Ginevra, posizionato a due passi dalla stazione ferroviaria di Lancy-Pont-Rouge. Ed è il luogo che custodisce ricchezze imponenti, forse molto di più di quelle conservate nel vicino forziere dell'Ubs: oltre un milione di opere d'arte dal valore inestimabile. Miliardi di euro in dipinti, sculture, reperti archeologici. Basti pensare che il Salvator Mundi, la tela di Leonardo Da Vinci venduta lo scorso 16 novembre per 450 milioni di dollari a un'asta di Christie's a New York, è custodito qui.
Abbiamo tentato di entrare in questo Fort Knox dell'arte ma per due mesi siamo stati respinti. Nessuna risposta, nessuna possibilità. Al porto franco la riservatezza è la parola d'ordine. Come all'Ubs, 600 metri più in là. Eppure è proprio questo velo di segretezza che alimenta il sospetto che all'interno di questo magazzino di lusso l'illecito si mescoli con il lecito. Proprio come può accadere in una banca.

IL MERCATO MONDIALE DELL’ARTE
Dati in miliardi di dollari. (Fonte: Arts Economics 2017)

Dagli etruschi a Palmira
Il 14 gennaio 2016 la procura del Cantone di Ginevra ha annunciato la restituzione all'Italia di due sarcofagi di terracotta etruschi trafugati 30 anni fa dalla zona di Cerveteri. I due reperti facevano parte di migliaia di pezzi provenienti da scavi clandestini in Etruria meridionale, Sicilia, Puglia, Campania e Calabria. Circa 45 casse custodite per decenni proprio nel porto franco di Ginevra.
Undici mesi dopo, nel dicembre 2016, i magistrati svizzeri hanno confiscato altri nove reperti archeologici provenienti da Palmira, in Siria, dallo Yemen e dalla Libia, depositati anch'essi nel porto franco di Ginevra tra il 2009 e il 2010. Ed è stato ritrovato qui un Modigliani rubato dai nazisti a un collezionista ebreo e attualmente posseduto dal mercante d'arte David Nahmad attraverso una società offshore creata dalla Mossack Fonseca, lo studio legale al centro dei Panama Papers. Secondo Amnesty International, Global Witness e Human Rights Watch, nel porto franco sarebbero custoditi anche “diamanti insanguinati” provenienti da aree di guerra africane e immessi nel circuito legale dopo essere transitati da qui.

A Ginevra oggetti per 100 miliardi di franchi
Sono le stesse autorità svizzere a lanciare l'allarme sui rischi di traffici illeciti all'interno dei punti franchi doganali: aree dove le merci - e le opere d'arte - non pagano imposte finché restano custodite all'interno. In un rapporto del 2014 il Controllo federale delle Finanze della Confederazione elvetica affermava che «i depositi franchi doganali erano delle zone grigie con un rischio elevato di contrabbando di merci o di attività illegali» prima della riforma della legge doganale del 2007 che ha aumentato i controlli. Ma restano anche oggi aree sotto osservazione.
I punti franchi in Svizzera sono dieci, uno dei quali sorge a pochi chilometri dal confine con l'Italia. Ginevra è il più importante, costituito da due magazzini (a La Praille e vicino all'aeroporto) per un totale di 150mila metri quadrati, una superficie grande quanto 21 campi di calcio. Secondo alcune stime al suo interno sono custodite opere d'arte, diamanti e vini di pregio per un valore superiore a 100 miliardi di franchi svizzeri.

Camere bindate quasi piene
La società che gestisce il porto franco appartiene al Cantone di Ginevra, che detiene l'86% delle azioni, e - secondo il rapporto del Controllo federale delle Finanze - ha generato un rendimento annuale del 115% tra il 2004 e il 2009. Nel 2016 il suo giro d'affari è stato di 24,6 milioni di franchi, in leggera diminuzione rispetto ai 25,3 dell'anno precedente. Secondo uno studio del Cantone di Ginevra, il punto franco ha un impatto economico di 300 milioni di franchi all'anno sul territorio, visto che l'80% dei suoi clienti sono stranieri.
Il bilancio 2016 della società Port francs et entrepots de Geneve Sa rivela che nel magazzino di La Praille il 96,4% degli spazi è occupato, percentuale che sale al 97,3% nel magazzino costruito accanto all'aeroporto. Il tasso di occupazione delle camere blindate, dove vengono custoditi gli oggetti di maggiore valore, è dell'81,5%. Il 40% della superficie verrebbe utilizzato porprio per le opere d'arte. Le cifre di questo grande forziere sono impressionanti, sebbene negli ultimi due anni gli scandali e le indagini giudiziarie abbiano un po' appannato l'immagine del porto franco.

Il fenomeno Yves Bouvier
Gli eventi si sono spinti a tal punto da costringere l'artefice di questo successo ad abbandonare la piazza ginevrina. A novembre, infatti, Yves Bouvier ha venduto la Natural Le Coultre, la società acquistata dalla sua famiglia nel 1983 e diventata il principale operatore specializzato in opere d'arte del porto franco di Ginevra.
Ma chi è Yves Bouvier? Figura centrale nel mercato internazionale dell'arte, sono quasi tre anni che il suo nome compare sui giornali di tutto il mondo per una contesa legale che lo contrappone a colui che è stato il suo principale cliente: il miliardario russo Dmitry Rybolovlev, accreditato di una fortuna di 5 miliardi di dollari, residente a Montecarlo e proprietario del club calcistico del Monaco.
Bouvier ha trasformato negli anni la Natural La Coultre da semplice spedizioniere a società specializzata nel trasporto, stoccaggio, analisi scientifica, restauro e conservazione di opere d'arte e beni di lusso. Un protagonista nel mercato dei capolavori, grazie anche a 20mila metri quadrati di spazi e camere blindate a disposizione nel porto franco di Ginevra.

Gli “hub dell'arte” esentasse
Bouvier ha ideato gli “hub dell'arte” - tutti esentasse -, reinventando il concetto di porto franco e rendendolo attrattivo per il mercato dei beni di lusso. Nel 2010 ha creato un nuovo freeport a Singapore, seguito nel 2014 da uno in Lussemburgo. Poi è stata la volta di Shanghai, in Cina.
I magazzini sono stati trasformati in lussuosi showroom, proprio come a Ginevra. Qui non ci sono solo aree protette 24 ore su 24, telecamere a circuito chiuso, sensori biometrici, ascensori supersicuri, cinque porte corazzate da superare per arrivare alla camera blindata, protetta a sua volta da un'altra porta da cinque tonnellate e tenuta a temperatura mai superiore ai 17 gradi e con umidità costante per preservare le opere d'arte. Ci sono anche studi di restauratori di dipinti e di sculture, dotati di tecnologie modernissime per valutare lo stato di salute delle tele, ci sono salottini per esporre i capolavori, si possono organizzare aste, gallerie e compravendite. Bouvier ha pensato a tutto.

Il caso-Rybolovlev
Ciò che non poteva prevedere era la reazione del suo cliente più importante. Il 26 febbraio 2016 Bouvier, infatti, viene fermato a Montecarlo. L'oligarca Rybolovlev lo accusa di avergli spillato un miliardo di dollari grazie alla vendita gonfiata di 37 dipinti in dieci anni. Per esempio, sostiene il miliardario russo, Bouvier gli ha venduto un Modigliani a 118 milioni di dollari. Ma prima di cederglielo lo aveva acquistato per 93 milioni, realizzando un guadagno netto di 25 milioni. E poi ci sono i Picasso, i Monet. Il conto che Rybolovlev gli presenta è per l'esattezza di 1.049.465.009 dollari.
Altro esempio è il Salvator Mundi. Bouvier acquista il quadro di Leonardo da Vinci per 83 milioni di dollari. Lo rivende al russo a 127 milioni: un guadagno di 44 milioni di dollari. Intanto, però, a novembre di quest'anno Rybolovlev ha rivenduto il Salvator Mundi per 450 milioni di dollari con un maxiguadagno di 323 milioni.
In un'intervista a Paris Match del 22 novembre, Bouvier si difende affermando che il suo margine di intermediazione era del 35%, nella media del settore. «La collezione che gli ho fatto acquistare negli anni per due miliardi di dollari - ha rivendicato il mercante d'arte svizzero, riferendosi a Rybolovlev - oggi vale il doppio. Gli ho venduto quattro tele di nudi di Modigliani per 200 milioni e recentemente una sola opera molto simile dello stesso artista è stata aggiudicata per 170 milioni».

L’ANDAMENTO DEL MERCATO MONDIALE
Valore variazione in %. (Fonte: Arts Economics 2017)

Norme più stringenti
Al di là di come finirà la contesa legale tra i due, le cifre del mercato mondiale dell'arte sono da capogiro. Secondo il rapporto The art market 2017, nel 2016 le vendite globali si sono attestate a 56,6 miliardi di dollari, in calo dell'11% rispetto al 2015. Ma dal 2009 il mercato è comunque cresciuto del 43,3%.
Ecco perché capire quali opere entrino nei punti franchi non è un'operazione senza senso. Dal 1° gennaio 2016 la Svizzera ha stretto le maglie e aumentato i controlli nei free port per cercare di garantire la tracciabilità delle merci che vi entrano. Secondo le nuove norme chi gestisce un punto franco deve tenere un inventario elettronico dei locatari, dei sottolocatari e dei depositanti, deve effettuare un inventario delle merci sensibili nel free port e deve dichiarare l'ingresso di materiale sensibile.
«Oggi i punti franchi conservano principalmente merci di alta qualità che servono come investimento, ad esempio oggetti d'arte o veicoli da collezione - spiega al Sole 24 Ore il vice capo della comunicazione dell'Amministrazione federale delle dogane svizzere, David Marquis - tuttavia l'amministrazione doganale non redige statistiche sulle merci immagazzinate. Il depositario o il depositante devono tenere un inventario delle merci sensibili. Queste registrazioni di magazzino sono conservate nelle società che immagazzinano queste merci nel deposito doganale e non in Dogana».

Silenzio sui controlli delle dogane
Ma l'impressione è che si tratti di adempimenti più formali che sostanziali. Non esistono nemmeno statistiche sul numero dei controlli effettuati e sul loro esito. Sul punto, l'amministrazione delle dogane mantiene la riservatezza. «Effettuiamo controlli a campione sui punti franchi, sulla base di un'analisi dei rischi - sottolinea il vice capo della comunicazione -. Gli uffici doganali effettuano, ad esempio, controlli sugli ingressi e le uscite o controllano i registri di magazzino e li confrontano con le merci immagazzinate. Il tipo e la frequenza dei controlli differiscono in base alla rispettiva valutazione interna del rischio. Non forniamo alcuna informazione sui dettagli delle nostre attività di ispezione per ragioni tattiche operative. Non possiamo nemmeno dire nulla sui risultati».
Ma quanti sono gli addetti ai controlli per i dieci punti franchi elvetici, dove transitano merci per miliardi di franchi? Anche in questo caso le dogane svizzere si trincerano dietro un no comment: «Non possiamo fornire informazioni sul numero di persone che utilizziamo per i controlli nei magazzini doganali», dice il portavoce.
Nessuna informazione neppure su quanti controlli sono stati effettuati nel porto franco di Ginevra né su quanti sono gli agenti doganali in servizio ogni giorno nel più grande caveau di oggetti d'arte del mondo.

Da Ginevra a Chiasso
A 360 chilometri a sud-est di Ginevra c'è un altro punto franco dove stazionano merci esentasse. È il free port di Chiasso, a ridosso del confine italiano. Probabilmente qui non ci sono opere d'arte ma prodotti di altro tipo stipati nei 35mila metri quadrati, in gran parte (25mila) coperti. Ma anche qui si incontra il fermo rifiuto di fornire qualsiasi tipo di risposta a qualsiasi tipo di domanda.
«Sin dalla sua fondazione - spiega il direttore della società Magazzini generali con punto franco Sa, Giorgio Mischler - la nostra società ha scelto di non commentare notizie o voci e di non rilasciare dichiarazioni o informazioni sul suo andamento». Il free port di Chiasso è nato nel 1920 e nel 1961 è stato affiancato da un altro magazzino di 84mila metri quadrati a Stabio, 12 chilometri a ovest, in direzione di Varese. Da poco tempo Stabio ha perso i requisiti di punto franco doganale e viene oggi utilizzato come semplice terminale di stoccaggio di merci e prodotti.

I MAGGIORI MERCATI DELL’ARTE
Dati in miliardi di dollari. (Fonte: Arts Economics 2017)

Basilea e la criminalità organizzata
Ma la Svizzera è anche il terminale di attività che non hanno nulla a che vedere con quelle dei porti franchi, che sono perfettamente legali.
Il 15 novembre la Direzione investigative antimafia (Dia) di Trapani, agli ordini di Rocco Lopane, ha eseguito il sequestro anticipato dell'intero patrimonio mobiliare, immobiliare e societario riconducibile a Giovanni Franco Becchina, noto commerciante internazionale d'opere d'arte e reperti di valore storico-archeologico. Impossibile quantificare il valore.
Becchina, originario di Castelvetrano (Trapani), dove la famiglia Messina Denaro detta legge, è stato titolare di una galleria d'arte a Basilea. Emigrato da Castelvetrano in Svizzera, dopo aver subìto una procedura fallimentare, nel 1976, Becchina a Basilea ha lavorato in un albergo. In seguito ha commerciato in opere d'arte e reperti archeologici, avviando la ditta Palladion Antike Kunst.
Secondo la ricostruzione degli investigatori della Dia di Trapani, per oltre un trentennio Becchina avrebbe accumulato ricchezze con i proventi del traffico internazionale di reperti archeologici, molti dei quali trafugati clandestinamente nel più importante sito archeologico della Sicilia (Selinunte) da tombaroli al servizio di Cosa nostra. A metà degli anni Novanta, divenuto ormai un affermato uomo d'affari, è tornato a vivere stabilmente a Castelvetrano, dove ha anche avviato attività economiche ed effettuato rilevanti investimenti.

A gestire le attività illegali legate agli scavi clandestini sarebbe stato l'anziano patriarca mafioso Francesco Messina Denaro, poi sostituito dal figlio, il latitante Matteo. Secondo alcuni collaboratori di giustizia, ci sarebbe stato proprio Francesco Messina Denaro dietro il furto dell' Efebo di Selinute, una statuetta di grandissimo valore storico archeologico trafugata negli anni Cinquanta. Il collaboratore di giustizia marsalese Mariano Concetto ha dichiarato di aver ricevuto l'incarico dai vertici del suo mandamento mafioso di trafugare il famoso Satiro danzante, reperto archeologico conservato a Mazara del Vallo. Ad ordinare il furto sarebbero stati i Messina Denaro, che avrebbero poi provveduto a piazzarlo attraverso canali svizzeri.

© Riproduzione riservata