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Bankitalia-Consob, faro sulle lettere. Cinque milioni intascati dai…

inchiesta Banca Etruria

Bankitalia-Consob, faro sulle lettere. Cinque milioni intascati dai consulenti

Nuovi dettagli sul dossier relativo alle consulenze nell’inchiesta su Banca Etruria. Gli inquirenti hanno acceso il faro su 13 milioni di affidamenti che non sarebbero chiaramente motivati da lavori compiuti per la banca. A concederli sarebbero stati i cda o l’ex dg Luca Bronchi. In particolare sotto la lente ci sarebbero ora i 5 milioni intascati dai partner finanziari e legali ingaggiati per realizzare la mai avvenuta fusione con la Popolare di Vicenza: Kpmg, Lazard, Rothschild e lo studio Grande Stevens. I partner sarebbero stati scelti dai membri del cda (e avrebbero potuto guadagnare più denaro solo a operazione conclusa). A questi nomi si aggiungono altre due consulenze, ritenute particolarmente discutibili dalla Guardia di finanza, e che da sole avrebbero un valore di 8 milioni. I nomi ancora secretati sono contenuti in una informativa della Gdf di Arezzo. La procura aretina deve valutare con attenzione gli aspetti penalmente rilevanti.

Consulenze discutibili
Il caso delle consulenze era già emerso due anni fa, nella seconda e nella terza ispezione della Banca d’Italia. Ne sottolineava due in particolare: «Alla società Bain per 1,1 milioni nel solo 2014 e quella per il supporto alle attività commerciali e culturali coordinate dalla direzione generale alla società Mosaico, per 235mila euro». Questo capitolo si aggiunge a quelli già aperti relativi alla bancarotta fraudolenta e ai crediti inesigibili, alla truffa aggravata sulla vendita allo sportello delle obbligazioni subordinate e, più recentemente, al falso in prospetto, in cui sarebbero indagati al momento tutti i membri del cda (incluso il padre della ex ministra, Pierluigi Boschi) per aver omesso informazioni alla Consob sempre sulle obbligazioni subordinate.

I due atti della Vigilanza
Nel capitolo sul falso in prospetto la procura di Arezzo sta ancora indagando sul perché siano state autorizzate le emissioni delle obbligazioni subordinate di aprile e ottobre 2013 e perché non furono “bloccate” nel dicembre, quando era possibile esercitare un diritto di recesso. Le ipotesi sul tavolo sono molte: si va dalle omissioni di informazioni del cda fino a quelle della Vigilanza, passando per le mancate comunicazioni tra le due autorità controllo, Banca d’Italia e Consob. Che in quel periodo, tra il 2012 e il 2013, si scambiano informazioni, ma non sempre per gli inquirenti in modo convincente. Per esempio, come riportato durante la fase secretata dell’audizione del pm Roberto Rossi in Commissione di inchiesta sulle banche, sotto la lente ci sono adesso due lettere.

Missive sotto la lente
La prima è del 3 dicembre 2013, inviata da Bankitalia a Banca Etruria, dove viene riepilogato il problema patrimoniale dell’istituto. Si parla di «forti squilibri presenti nella situazione di liquidità strutturale...esiguità di buffer di capitale rispetto ai requisiti minimi regolamentari per effetto delle ingenti perdite su crediti...mancanza di efficace strategia volta al recupero dei margini reddituali...ritardi accumulati nell’affrontare gravi problematiche aziendali». E così via fino alla «scadente qualità del portafoglio e strutturale incapacità di produrre flussi reddituali positivi». La firma è quella del governatore Ignazio Visco. Poi c’è una seconda lettera, inviata stavolta da Bankitalia a Consob, il 5 dicembre 2013, pochi giorni dopo. In questa lettera il quadro negativo viene riepilogato in modo meno dettagliato. La comunicazione riporta le richieste fatte alla banca: «recepire integralmente le perdite...riesame dell’adeguatezza delle coperture...un piano di ridimensionamento dei titoli di Stato...». L’ipotesi è che Consob potrebbe non aver avuto una sintesi chiara da Bankitalia, anche se subito dopo in effetti ebbe a disposizione il riepilogo della seconda ispezione di Palazzo Koch.

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