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M5S in tribunale: fallisce accordo per riammissione di 15 espulsi a Napoli

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oggi l’ultima udienza a napoli, tra tre mesi la decisione

M5S in tribunale: fallisce accordo per riammissione di 15 espulsi a Napoli

(Ansa)
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Si è conclusa oggi al tribunale di Napoli l’ultima udienza sul caso dei 23 attivisti Cinque Stelle su 36 che erano stati espulsi dal Movimento a febbraio 2016 con l’accusa di aver tentato di manipolare l’esito dei meetup per la scelta del candidato sindaco nel capoluogo partenopeo istituendo un gruppo segreto su Facebook. È fallito il tentativo di accordo con 15 militanti, rappresentati dall’avvocato Francesco Albero, che avevano provato a trattare per il reintegro: il M5S aveva chiesto in cambio la firma di una «clausola di riservatezza», che è stata respinta. Tutti e 23, dunque (gli altri sono assistiti dall’avvocato Lorenzo Borrè), attenderanno il responso del giudice civile Nicola Graziano, che nel giro di tre mesi dovrebbe pronunciarsi sulla validità del regolamento del 2014 e del “non statuto” sulla base dei quali sono avvenute le espulsioni.

Le motivazioni impugnate
Nelle mail di espulsione il M5S aveva spiegato la motivazione: «Partecipare a un gruppo realizzato allo scopo di manipolare il libero confronto per la formazione del metodo di scelta del candidato sindaco e della lista per le elezioni amministrative di Napoli nel 2016 è un comportamento contrario ai principi del MoVimento». Il “non statuto”, si aggiungeva, vieta «categoricamente qualsiasi organizzazione intermedia, comunque realizzata e denominata, che falsi l’efficiente ed efficace scambio di opinioni e libero confronto democratico».

L’ordinanza di sospensiva
Sulla vicenda si era già pronunciato a luglio 2016 il collegio della settima sezione presieduto da Lucio Di Nosse, accogliendo l’istanza di sospensiva degli espulsi. Secondo i giudici, i provvedimenti erano «illegittimi» perché decisi non dall’assemblea degli associati ma dallo «staff» di Beppe Grillo. L’ordinanza non era passata inosservata perché stabiliva come il Movimento andasse equiparato a un partito a tutti gli effetti: «Nonostante il Movimento Cinque Stelle non si definisca partito politico, e anzi escluda di esserlo, di fatto ogni associazione con articolazioni sul territorio che abbia come fine quello di concorrere alla determinazione della politica nazionale si può definire partito».

I ricorrenti: «Regolamento nullo»
Negli ultimi mesi per 15 ricorrenti si era profilata la possibilità di un’intesa, anche sul quantum delle spese legali, che però è naufragata contro lo scoglio della clausola di riservatezza chiesta dagli avvocati Andrea Ciannavei, che rappresenta Grillo, e Paolo Morricone. Di fatto, quindi, sono tornati alla linea dell’intransigenza insieme agli altri otto. «I miei assistiti - spiega Borrè - non si accontentano dell’annullamento delle espulsioni: vogliono veder ripristinate le condizioni di agibilità democratica dentro il Movimento, che considerano compromesse dalle modalità di promulgazione e applicazione di un regolamento che a oggi è stato largamento utilizzato per espellere, sanzionare ed escludere dalle primarie associati non graditi e che a loro avviso disattende i postulati di democrazia diretta scolpiti nel non statuto».

Le possibili conseguenze
La decisione del giudice di merito di Napoli è particolarmente attesa. Perché potrebbe assestare un colpo alla fragile architettura interna del M5S. «Venendo meno l’efficacia del regolamento del 2014, verrebbero meno tutte le conseguenti decisioni che sono state adottate in forza di quel documento, fino alle “gigginarie”», sostiene Borrè. Convinto che ci sarebbe un «effetto domino», che invaliderebbe anche il nuovo regolamento e il non statuto, che sono stati ratificati dagli iscritti a ottobre 2016 dopo un voto online sulle modifiche proposte al vecchio impianto. «Perché sono stati modificati in base al vecchio regolamento e al vecchio non statuto, con le modalità previste là», è la tesi dell’avvocato romano, diventato la stella polare di chi contesta l’organizzazione pentastellata in punta di diritto (a lui si rivolse Marika Cassimatis dopo il caos delle comunarie genovesi, tanto per fare un esempio).

Le altre tegole giudiziarie sul M5S
È Borrè che ha inanellato impugnazioni di ogni ultima mossa del M5S. Attende la decisione sulla questione del risarcimento danni per l’espulsione di Mauro Giulivi dalle regionarie in Sicilia. Ha proposto ricorso sul regolamento modificato nel 2016. Ha assistito la consigliera capitolina Cristina Grancio, che era stata sospesa il 9 giugno per essersi rifiutata di votare la delibera sullo stadio della Roma in commissione e non aver partecipato al voto in Aula Giulio Cesare: il collegio dei probiviri ha poi annullato il provvedimento di “sospensione cautelare” prima dell’udienza per un vizio di procedura. Borrè, da ultimo, ha presentato ricorso, su mandato di un iscritto, contro il voto online che a settembre ha incoronato Luigi Di Maio candidato premier del M5S.

A Roma attesa la prima decisione
Ma è a Roma che si attende la prima sentenza sulla legittimità del regolamento del 2014: è infatti andato in decisione lo scorso giugno il caso dei due espulsi (Antonio Caracciolo e Roberto Motta) alla vigilia delle comunarie romane del 2016 che poi sono state vinte da Virginia Raggi. Tra i destinatari dell’espulsione c’era anche Mario Canino, che chiede 50mila euro di risarcimento perché - arrivato 18esimo alle comunarie on line e cancellato dalle liste 5 Stelle nella Capitale - non ha potuto correre per il Campidoglio, nonostante il reintegro cautelare. Per il Movimento, «non c’erano i tempi tecnici per farlo rientrare».

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