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Se i «chierici» si sottraggono all’impegno per la rinascita

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Se i «chierici» si sottraggono all’impegno per la rinascita

Mette il dito in una piaga, anche se è una piaga che sfugge all'attenzione, l'editoriale del direttore Guido Gentili sul Sole 24 Ore di ieri (“Ilva e non solo, lo scandalo dei troppi silenzi”). Il paese affronta un secondo tempo difficile dopo una fase che, pur con tutti i suoi limiti, ha avviato l'uscita da uno stallo pericoloso. Preoccupa quindi la difficoltà a compattare l’opinione pubblica intorno a politiche di rinascita (chiamiamo le cose col loro nome). Ad essere chiamati in causa sono innanzitutto quei “competenti” a cui dovrebbe spettare il ruolo di opinion maker e che invece sembrano incapaci di impegnarsi sui temi scottanti che coinvolgono il destino del paese. Il direttore cita il caso emblematico dell’Ilva, dove non si sente quel coro almeno di stupore che ci si potrebbe attendere di fronte al volgare populismo di esponenti politici locali che cavalcano uno stanco “politicamente corretto” al prezzo di preparare un danno economico rilevantissimo per la loro zona che rischia di estendersi perché coinvolge la credibilità del nostro sistema-paese.

Lotta tra fazioni sul caso banche
Non è il solo caso. Qualcosa di simile si potrebbe dire per la attuale diatriba sulla questione delle banche, dove la politica sceglie la lotta fra fazioni spargendo veleni a dritta e a manca senza che si riescano ad imporre voci autorevoli a ricordare che il problema è ripensare e riorganizzare il quadro complessivo. Stupisce persino che non si leggano ricordi storici della crisi bancaria del 1893 o di quelle del 1926 e 1936 quando si intervenne con regolamentazioni legislative e amministrative che consentirono di rimettere in ordine un quadro contaminato. È vero che, a parziale giustificazione di questa assenza dei competenti, vanno ricordati almeno due dati. Il primo è che la politica risulta assai poco interessata a fruire dei loro apporti. Certo i politici hanno i loro consulenti, ma più come sostenitori delle loro campagne propagandistiche che come indagatori dei nodi da sciogliere, con la conseguenza che troppo spesso quei consulenti o diventato a loro volta politici (magari da talk show) o finiscono per venire emarginati se non stanno più al gioco. Il secondo dato è che si è consentita l’affermazione di un pregiudizio per cui dietro ad ogni affermazione sta un interesse occulto e in genere losco: se si difendono i vaccini è perché si è schiavi dell’industria farmaceutica, se si ricorda che ci vuole equilibrio fra ambientalismo e sistema industriale si è al soldo dei capitalisti, se si ricorda che è sempre bene studiare soluzioni con un’ottica di realismo si è stupidi cerchiobottisti.

Splendido isolamento
Tuttavia tutto ciò non basta ad assolvere i competenti nel loro rinnovato splendido isolamento. È ben vero che quando qualcuno cerca di mettere fuori il naso non è che venga accolto con applausi. Sappiamo per esempio che una commissione di esperti, istituita dal governo Letta e poi confermata da quello Renzi, ha lavorato ad un piano per affrontare il problema dei guasti prodotti sul nostro territorio da eventi naturali (terremoti, inondazioni, frane, ecc.) e da mancate politiche di governo degli insediamenti urbani e non. Ne è nato uno stimolante rapporto di circa 200 pagine che non propone piani straordinari che risolverebbero giacobinamente tutto, ma che analizza buone prassi di coordinamento degli interventi possibili a legislazione vigente e di spinte motivazionali per le varie burocrazie e istituzioni che le devono mettere in atto. Pubblicità data a questo sforzo quasi zero e tutto dorme nei cassetti di palazzo Chigi.

Il ritorno dei competenti nell’arena politica
È un esempio di disincentivazione dei competenti, accademici e non, a dare un contributo. Tuttavia non può essere una giustificazione all’estraniazione di questa quota decisiva di formatori della pubblica opinione dalla lotta che si deve aprire in questo difficile passaggio epocale. Fu in quello fra Otto e Novecento che si avviò il discorso sull’intellettuale engagée. Allora era una questione prevalentemente politico-ideologica per lo sviluppo del costituzionalismo liberale e tale, con variazioni, è rimasta a lungo. Oggi però quella radice si è ridotta alla sua caricatura. In una transizione storica formidabile c’è bisogno di pensiero e progettualità da parte di quei mondi che hanno gli strumenti per dare contributi decisivi in questo campo. Pazienza se ci si dovrà scontrare coi mostri suscitati dagli eterni “cacciatori di untori”, perché quello è un corso e un ricorso storico. Solo con il ritorno in campo dell’impegno dei competenti che scendono nell’arena di formazione della pubblica opinione si potrà scongiurare che, come dice giustamente il nostro direttore, si assista allo scandalo politico e culturale di una loro estraniazione senza giustificazione.

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