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Alzheimer, con il progetto «Interceptor» l’Italia prepara…

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Alzheimer, con il progetto «Interceptor» l’Italia prepara un modello di screening

In rampa di lancio nel mondo ci sono una cinquantina di farmaci innovativi contro l’Alzheimer, tutti in fase di sperimentazione. E la sanità italiana si prepara alla grande sfida - che potrebbe iniziare grazie all’approvazione delle prime terapie entro il 2025 - con il progetto «Interceptor». Una ricerca pioneristica e con un nome «energico» promossa da ministero della Salute e Aifa, che testerà sette biomarcatori selezionati per individuare i migliori in termini di costo-efficacia nel predire la possibile conversione del lieve declino cognitivo (Mci, mild cognitive impairment ) in demenza di Alzheimer conclamata. Un’iniziativa da finanziare con 4 milioni circa per arruolare 400 pazienti in una decina di centri specializzati. Perché questa malattia, spiegano gli esperti, lavora nel buio per 20-25 anni e quando il disturbo vero e proprio esordisce, il processo degenerativo ha ormai prodotto danni irreversibili. La priorità è quindi fermare il processo il più presto possibile. Con un modello di screening della popolazione a rischio.

Il progetto
«L’obiettivo finale - spiega il direttore generale dell’Aifa Mario Melazzini - è di essere pronti a fare uno screening su base nazionale della popolazione di pazienti a rischio di evoluzione verso l’Alzheimer, per ottimizzare la distribuzione dei nuovi farmaci in arrivo. Con un duplice scopo: evitare di esporre al trattamento e ai potenziali effetti collaterali pazienti che non ne trarrebbero alcun giovamento e garantire la sostenibilità del sistema».
I pazienti coinvolti nella ricerca saranno monitorati per tre anni, al termine dei quali sarà possibile concludere quale biomarcatore o combinazione di biomarcatori è stato in grado di selezionare con maggiore precisione l’evoluzione della malattia.

«Il ventaglio di opzioni da mettere alla prova - spiega il professor Paolo Maria Rossini, responsabile del progetto, neurologo del Policlinico Gemelli Università Cattolica Sacro cuore di Roma - varia sia per costi sia per invasività dei test. Al momento ci sono alcuni test neuropsicologici, il dosaggio di alcune proteine su campioni di liquor cefalorachidiano, la tomografia a emissione di positroni, l’analisi genetica, la valutazione del tracciato elettroencefalografico per connettività e la risonanza magnetica volumetrica. Le varie lobby tirano la giacchetta dei decisori per influenzarne le scelte. Ma noi dobbiamo trovare il migliore, il più efficace, in termini di affidabilità e costi».

In Italia 600mila casi
In Italia i casi di demenza sono oltre un milione e di questi 600mila sono di Alzheimer. Nel mondo ogni tre secondi c'è un nuovo caso e dalla prima diagnosi effettuata da Alois Alzheimer nel 1906 questo tipo di demenza è diventata la piaga del millennio. Una sfida pericolosa per la sostenibilità dei sistemi sanitari nazionali, ma anche per il pesante impatto sociale. Basti pensare che la diffusione del morbo in Italia coinvolge direttamente o indirettamente 3 milioni di persone nell’assistenza dei loro cari. E l’urgenza di trovare la strada giusta è ancora più impellente in un Paese che si prepara a diventare il più anziano del mondo.

Ad oggi non esistono farmaci in grado di fermare o far regredire la malattia e tutti i trattamenti disponibili puntano al massimo a contenere i sintomi o a limitare l’aggravarsi della patologia per alcuni mesi. Il trend più recente della ricerca è quello però di sviluppare un intervento farmacologico il più possibile precoce intercettando la malattia nelle sue prime fasi, quando i sintomi sono minimi. I Mci coinvolgono in Italia 730mila persone. Di queste solo la metà, dicono le proiezioni epidemiologiche, svilupperà la malattia. La sfida è quindi di setacciare in questo bacino i pazienti realmente esposti e trattare solo quelli.

Lorenzin: «Ci stiamo preparando per primi»
«Il progetto Interceptor - spiega la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin - mira a cominciare a organizzare un nuovo modello di intercettazione del rischio del malato, che va individuato il prima possibile per poter poi agire sui gruppi più esposti . Perché ci serve questo nuovo modello? Siamo in attesa di farmaci che potrebbero risolvere, o quantomeno contenere la malattia. Ci sono nuove sperimentazioni che ci fanno sperare che tra il 2018 e il 2025 vedranno la luce dei farmaci che cominceranno a contenere, arginare e guarire la patologia». «È evidente però - rileva ancora Lorenzin- che questi farmaci hanno un impatto sulla popolazione, degli effetti collaterali e attraverso questa nuova soluzione avremo modo di cambiare i modelli organizzativi per la gestione dei pazienti, che oggi sono totalmente a carico delle famiglie. Bisogna partire per tempo, e questo è uno di casi in cui noi ci stiamo preparando per primi. Stiamo attivando oggi gli strumenti e il terreno per cui quando arriveranno questi farmaci l'Italia sarà pronta e saremo in grado di curare migliaia se non milioni di persone in modo appropriato e sicuro». «Credo - conclude - che questa sia una sfida incredibile, sappiamo come questa malattia impatti sulla vita familiare e qui si gioca la sfida di un sistema sanitario nazionale universalistico come il nostro».

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