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Pmi, Italia ancora al livello crisi

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Pmi, Italia ancora al livello crisi

  • –Carmine Fotina

ROMA

L’«uno virgola» di crescita annuale registrato nel 2016 non può essere di grande conforto per le Pmi italiane, incluse dalla Commissione europea nel gruppo di sei Paesi ancora lontani dai livelli pre-crisi per occupazione e valore aggiunto.

Il report annuale sulle piccole e medie imprese 2016-2017 mette in fila soprattutto i numeri, in un confronto con il 2008, ma non disdegna di dare qualche indicazione sul contesto: se, ad esempio, l’Italia ha semplificato più di altri le barriere all’avvio di startup, resta insieme a Grecia e Slovenia tra i peggiori per le condizioni di accesso ai finanziamenti.

Sotto il livello di guardia

Solo in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Croazia e Cipro nel 2016 il numero di imprese, il livello di occupazione e di valore aggiunto delle piccole e medie imprese risulta ancora inferiore al 2008, anno di deflagrazione della crisi finanziaria (si veda il grafico sopra). Una retroguardia di Paesi, in pratica, non riesce a partecipare a quello che Bruxelles definisce un «chiaro recupero» per la Ue a 28 Stati, soprattutto per il valore aggiunto e per il numero di imprese (in entrambi i casi siamo sopra quasi dell’11% rispetto al 2008). In particolare, nove Paesi hanno recuperato in tutti e tre gli indicatori, 13 Paesi hanno rimontato in due o uno solo dei casi e sei Paesi, come detto, in nessuno dei tre.

Dai dati appare che le Pmi italiane si sono rimesse in moto nel 2016 ma con un passo ancora compassato. L’occupazione è aumentata dell’1,1% rispetto al 2015, a fronte del +1,6% della Ue-28 che con questo incremento si è portata leggermente sopra i valori del 2008.

Il valore aggiunto in Italia è cresciuto del 2,4%, in questo caso più della media europea (+1,4%), che è però abbassata dal dato del Regno Unito alla luce del confronto euro-sterlina.

Le previsioni

Il report europeo sottolinea che per occupazione e valore aggiunto l’aumento del 2016 è stato il terzo consecutivo a livello dei 28 Paesi. All’inizio determinato soprattutto dalle esportazioni, nell’ultimo anno invece dettato dall’espansione di tutte le categorie della domanda finale.

Secondo le stime della Commissione il trend dovrebbe restare positivo nel 2017 e 2018, ma anche in questo caso le Pmi italiane non brillano. L’occupazione è prevista in crescita, rispetto al 2016, dell’1,9%, con solo due Stati in territorio negativo: proprio l’Italia (-2,4%) e l’Ungheria (-2,5%). Il valore aggiunto dovrebbe invece crescere nella media del 6,4%, «ma solo marginalmente in Italia». «Mentre in 12 Paesi – riporta lo studio – la crescita cumulata del valore aggiunto è stimata nel 10% tra il 2016 e il 2018, in quattro dei maggiori Paesi (Italia, Francia, Spagna e Regno Unito) l’incremento sarà al massimo del 5,4%».

Le «gazzelle»

I dati europei vanno in un certo senso pesati. Il 99,8% delle imprese europee, escluso il settore finanziario, è costituito da Pmi. Un macrocosmo che dà lavoro a 93 milioni di persone, pari al 67% dell’occupazione totale, ed esprime il 57% del valore aggiunto complessivo. Ma ci sono Paesi per i quali i “piccoli” pesano di più, come l’Italia, dove esprimono oltre i tre quarti dell’occupazione. Per questo, appare ancora più importante che le nostre Pmi entrino in quello che la Ue chiama il club delle “gazzelle”, le imprese ad elevato sviluppo che hanno al massimo cinque anni di attività e una crescita media annua (fatturato o occupazione) superiore al 10% in un orizzonte triennale.

In Italia le “gazzelle” sono ancora poche, sotto l’1,5% delle aziende attive, complice in buona parte un tessuto di contesto poco favorevole al salto dimensionale o a progetti di innovazione non supportati adeguatamente, tra l’altro, da finanziamenti bancari ed extra-bancari. Forse non è proprio un Paese per gazzelle quello dove, ad esempio, gli investimenti di capitale di rischio ammontano a poco più di 100 milioni l’anno, nove volte meno della Germania e otto meno della Francia.

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