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Stretta sui contratti a tempo: verso la riduzione da 36 a 24 mesi

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verso la manovra

Stretta sui contratti a tempo: verso la riduzione da 36 a 24 mesi

Il Pd renziano ci ripensa e, dopo uno “stop and go” durato per qualche settimana, fa quadrato e si orienta a smontare uno dei pilastri del decreto Poletti che ha liberalizzato i contratti a tempo determinato per tutti e 36 i mesi di durata. La correzione di rotta è contenuta in un emendamento alla manovra 2018 presentato in commissione Bilancio alla Camera dalla responsabile lavoro del Pd, Chiara Gribaudo, che punta a ridurre da 36 a 24 mesi il periodo temporale massimo di utilizzo del contratto a termine “acausale” introdotto, come detto, dal decreto-legge 34 del 2014, e poi sistematizzato nel Jobs act (dlgs 81 del 2015).

Accordo “politico” per la maggioranza
Il tema è stato ieri pomeriggio al centro di una accesa riunione di maggioranza che si è conclusa con un accordo “politico” tra i partiti che sostengono Paolo Gentiloni, e che porterà quindi, molto probabilmente, a spianare la strada all’intervento correttivo. Resta l’incognita di cosa accadrà per i contratti a termine di 36 mesi in scadenza. «L’emendamento che ha un sostegno trasversale nel Pd prevede una riduzione temporale secca della durata del contratto a termine - spiega Chiara Gribaudo -, ma siamo aperti a correzioni, perchè il nostro obiettivo è quello di eliminare elementi di precarietà e non quello di penalizzare i lavoratori».

Ripensamento dem sul lavoro a termine
La proposta normativa non mira a ripristinare le causali che in passato hanno alimentato incertezze e un forte contenzioso giudiziario e, al momento, non tocca le cinque proroghe (per portarle a tre), ipotesi invece caldeggiata dal presidente dell’Inps Tito Boeri lunedì, nella presentazione del rapporto integrato sul mercato del lavoro. A spingere l’intero Pd a un ripensamento sul lavoro a termine, probabilmente hanno contribuito anche gli ultimi numeri sul crescente ricorso allo strumento. Il report integrato ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal ha evidenziato come nel secondo trimestre 2017 l’occupazione a termine abbia toccato il massimo storico (2,7 milioni di unità), per gran parte si tratta di contratti di breve durata, inferiori ai 3 mesi. Va però ricordato che se i flussi sono in forte crescita (anche per effetto della cancellazione dei voucher e della ripulitura delle false partite Iva e collaborazioni, operata dalle riforme Renzi-Poletti), complessivamente lo stock di lavoratori a tempo rappresenta il 12,5% dell’occupazione dipendente, una percentuale in linea con le altre nazioni europee.

Il no di Confindustria
Confindustria è contraria a interventi di modifica dell’attuale disciplina: «Se ci sono provvedimenti che hanno avuto effetto sull’economia reale l’auspicio è che non si tocchino» ha ribadito ieri il presidente degli industriali, Vincenzo Boccia, che ha aggiunto: «Dibattere sulla durata dei contratti a tempo determinato non ci sembra sia uno degli aspetti prioritari per costruire un percorso di crescita». Per il presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi (Epi) la conseguenza di un intervento restrittivo sui contratti a termine «sarebbe solo una riduzione delle assunzioni e una maggiore difficoltà per le imprese».

I rischi della fase transitoria
La proposta di contenere solo la durata dei contratti a tempo determinato, secondo Arturo Maresca, ordinario di diritto del Lavoro, all’università «La Sapienza» di Roma, «non coglie l’obiettivo di contrastare i contratti di brevissima durata e, in più, penalizza le sole aziende che invece di fare un continuo turn over di contratti a termine stipulano rapporti più lunghi». Maresca auspica, poi, che il governo disciplini (bene) la fase transitoria: «In caso contrario - sottolinea - si danneggiano imprese e lavoratori che dal 1° gennaio rischiano di trasformarsi in disoccupati».

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