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Fed, Yellen saluta con un rialzo dei tassi

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Fed, Yellen saluta con un rialzo dei tassi

  • –Marco Valsania

new york

L’ultimo vertice dell’anno della Federal Reserve - e l’ultima conferenza stampa trimestrale di Janet Yellen - hanno mantenuto ferma la strategia di cauta normalizzazione della politica monetaria per tenere in carreggiata la ripresa americana. La Banca centrale ha fatto scattare la quinta mini-stretta in due anni - e terza del 2017 - alzando i tassi interbancari di un quarto di punto tra l’1,25% e l’1,50 per cento. Ma soprattutto, pur migliorando le previsioni sull’espansione, non ha accelerato il corso degli interventi di riduzione degli stimoli in programma.

Yellen, che passerà le redini al successore designato Jerome Powell il 3 febbraio, ha sottolineato che «l’economia rimane avviata su un cammino moderato». E che se la grande riforma fiscale repubblicana adesso in dirittura d’arrivo «potrebbe offrire un modesto sostegno in futuro, l’ampiezza e i tempi di un simile impatto restano incerti», giustificando i nervi saldi della Banca centrale.

La Fed ha aggiornato i suoi pronostici, segnalando una più solida crescita e ulteriori schiarite sul mercato del lavoro. Una disoccupazione al 4,1% quest’anno, al 3,9% il prossimo rispetto a precedenti stime del 4,1% e al 4,6% nel lungo termine. Un’inflazione all’1,7% nel 2017, un leggero incremento sulle precedenti attese, all’1,9% nel 2018 e all’ideale 2% in futuro. Il Pil in marcia del 2,5% sia quest’anno che il prossimo - meglio del 2,4% e 2,1% ipotizzati finora - anche se di un modesto 1,8% nel lungo termine. Invariato, nonostante l’ottimismo, il cammino prudente del costo del denaro: tre strette l’anno prossimo e due in entrambi gli anni successivi.

Per la Fed, però, la sfida potrebbe complicarsi. Occorrerà, in assenza di sorprese, fare i conti con l’entrata in vigore effettiva della riforma delle tasse forse al voto già lunedì. Le maggioranze conservatrici di Camera e Senato hanno trovato ieri sera un compromesso di massima tra le rispettive versioni del piano di sgravi per aziende e famiglie da 1.400 miliardi in dieci anni. Le aliquote corporate nel 2018 scenderanno dal 35% al 21%, leggermente al di sopra del 20% originariamente proposto. L’aliquota massima per gli individui viene invece abbassata al 37% dal 39,6%, inferiore alle iniziali ipotesi. Per le società verrà anche eliminata la Alternative minimum tax, un’imposta minima del 20% che era contenuta nella versione del Senato. E che era però osteggiata perché quando scatta svuota deduzioni e crediti d’imposta, quali quelli per ricerca e sviluppo cruciali in settori quali tech, farmaceutico e manifatturiero.

La saga fiscale non è finita: il compromesso sulle tasse dovrà essere accompagnato da nuove stime dell’impatto su entrate e deficit, uno dei talloni d’Achille dell’intero piano. Finora l’amministrazione Trump, che sostiene il piano, si è limitata a dichiarare che dovrebbe spingere la crescita al 2,9% nei prossimi anni, una scommessa che non viene condivisa dalla maggior parte degli analisti indipendenti. Alla luce degli ultimi cambiamenti, le polemiche sul progetto dovrebbero semmai ancora moltiplicarsi: l’opposizione democratica ha apostrofato la riforma come un regalo ai redditi più elevati e alle grandi aziende, non un aiuto ai ceti medi invocati da Donald Trump o a un’espansione più equilibrata.

Yellen ha anche ribadito il suo monito che le valutazioni azionarie e di altri asset appaiono «elevate» ma ha aggiunto che il sistema finanziario è oggi solido. Più severa è stata sulla corsa record di Bitcoin: ha affermato che «svolge un ruolo minore nel sistema dei pagamenti ed è un asset estremamente speculativo», con la Fed che si muove per assicurare che le banche sotto la sua supervisione agiscano in maniera responsabile sulla criptovaluta.

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