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Produttività, Emilia a ritmo tedesco

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Produttività, Emilia a ritmo tedesco

  • –Ilaria Vesentini

PARMA

Non è vero che le imprese tedesche battono quelle italiane per innovazione e produttività: grazie alla maggiore verticalizzazione e internalizzazione dei processi, dall’inizio della crisi a oggi le nostre industrie hanno raggiunto le performance delle omologhe multinazionali estere insediate qui. E le aziende italiane sono alla pari, se non più avanti di quelle tedesche, sul fronte digitalizzazione, soprattutto le realtà medio-grandi. Inoltre, in settori come l’automotive, non ci sono disallineamenti neppure in tema di capacità innovativa, con numero di brevetti e relativo ritorno economico alla pari.

A dirlo sono diverse ricerche comparate presentate ieri a Parma in occasione del primo convegno di Leigia (Laboratorio sull’economia delle imprese di Germania, Italia e Austria), «associazione nata pochi mesi fa per analizzare in modo sistemico le relazioni tra l’industria italiana e tedesca e creare appuntamenti almeno annuali per riflettere su un’integrazione che è nei fatti, dentro alle catene globali del valore, non dipende da politiche comunitarie, ma c’è poca consapevolezza», spiega Augusto Ninni, professore di Economia applicata dell’Università di Parma, capofila del progetto portato avanti con EmiliaLab, piattaforma di collaborazione creata nel 2014 dai dipartimenti di Economia di Ferrara, Modena-Reggio e Parma.

Primo benchmark è lo studio di Giovanni Solinas dell’UniMore confrontando le performance di 189 multinazionali estere insediate lungo la via Emilia con circa 150 gruppi italiani omologhi e concorrenti operativi in regione: dal 2008 al 2015 le società italiane hanno recuperato il gap in termini di produttività del lavoro (valore aggiunto/addetto), passando da 67.600 a 75.100 euro, quasi in linea con i 75.500 euro dei gruppi esteri, che però rispetto a otto anni prima hanno perso 7.500 euro di produttività procapite. «L’acquisizione di un’impresa locale da parte di una multinazionale estera non genera, in media, una crescita della produttività superiore a quella di analoghe imprese domestiche dello stesso settore. È, piuttosto – spiega Solinas – il risultato di una strategia delle multinazionali di arricchirsi localizzandosi in aree industriali forti, come l’Emilia, in cui usano quello che già c’è, dismettendo i processi che non interessano».

Lo conferma il dato dell’integrazione verticale (misurata come valore aggiunto su fatturato): molto più forte nelle aziende italiane, rispetto alle tedesche insediate lungo la via Emilia, e in crescita. Le ragioni? Distretti e catene di subfornitura più forti nel nostro Paese, maggior attenzione a tutelare impianti e occupazione da parte di chi ha radici locali, ma anche l’effetto digitalizzazione (quindi l’automatizzazione delle lavorazioni) che sta accelerando il fenomeno del reshoring: si riduce il differenziale del costo del lavoro rispetto ai Paesi dell’Est e quindi la convenienza a delocalizzare fuori fasi della catena del valore.

Più che sulle differenze, però, è sulla complementarità e integrazione delle catene del valore tra i due versanti nelle Alpi che va spostata l’attenzione, perché è molto più forte e radicata di quanto possa apparire dai dati di interscambio commerciale e di Ide (Investimenti diretti esteri), dove lo strapotere germanico è indubbio. «Potremmo dire che dietro al successo industriale tedesco c’è anche il nostro successo, perché non è trascurabile il contributo di valore aggiunto che l’Italia apporta a un manufatto made in Germany, non solo nella filiera moda ma anche nella meccanica e nell’automotive», spiega Ilaria Sangalli, ricercatrice del centro studi IntesaSanPaolo che assieme a Prometeia ha studiato il database mondiale input-output delle catene del valore (56 settori in 43 Paesi, 28 dell’Ue).

Così come va sfatata l’idea di un’inferiorità dell’Italia in tema di digitalizzazione delle fabbriche e di infrastrutturazione digitale del territorio rispetto ai cugini d’Oltralpe: «A livello di grandi imprese, quelle tedesche sono meno digitalizzate di quelle italiane, solo le microrealtà hanno un tasso di penetrazione delle tecnologie 4.0 superiore alle nostre (25% loro, 10% noi)», afferma Francesco Leone, consigliere Affari economici dell’Ambasciata italiana a Berlino. In media un’impresa manifatturiera su 7 utilizza soluzioni 4.0, sia in Italia sia in Germania, «ma le aziende italiane stanno registrando un’accelerazione tecnologica sconosciuta ai tedeschi, che soffrono oggi una peggiore copertura di banda larga con fibra ottica e minori incentivi pubblici», aggiunge Leone. Ricordando che il Digital tax index pone l’Italia al secondo posto dietro all’Irlanda come Paese più attrattivo per investimenti digitali, mentre la Germania è al 31° posto.

«Gli economisti tedeschi sono più interessati a studiare la Cina, verso cui si stanno allungando le catene del valore, che i partner europei. Questi dati ci dicono invece che c’è un’Europa unita che parte dal basso, dalle reti e dall’interesse reciproco tra le imprese all’interno di un’economia sociale di mercato, che non va sacrificata a un vincolo di bilancio. Si deve partire da qui per mettere in discussione il Patto di stabilità europeo», conclude Luca Di Nella, direttore del dipartimento di Economia di Parma.

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