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«Perché Brexit sarà molto più lunga di due anni»

L’ESPERTA DI DIRITTO UE

«Perché Brexit sarà molto più lunga di due anni»

Catherine Barnard, professore di diritto europeo a Cambridge
Catherine Barnard, professore di diritto europeo a Cambridge

LONDRA - Il passaggio alla seconda fase dei negoziati su Brexit è stato faticosamente assicurato. Londra ostenta ottimismo: la via è tracciata, secondo la premier Theresa May. L’uscita della Gran Bretagna dalla Ue avverrà il 29 marzo 2019 e prevede una fase di transizione che durerà due anni e un accordo commerciale in tempi rapidi.

I tempi previsti dal Governo britannico per le due prossime tappe però non sono realistici, secondo uno dei massimi esperti inglesi di normativa europea. «La fase due dei negoziati riguarderà soprattutto la transizione e non è chiaro quanto durerà, ma non ha alcun senso dichiarare ora che durerà due anni», afferma Catherine Barnard, professore di diritto comunitario all’Università di Cambridge e senior fellow di UK in a Changing Europe.

Il termine “transizione” dà un’idea di movimento e di progresso, ma di fatto si tratterà di una fase di stasi. In attesa dell’uscita, tutto resterà uguale – con la cruciale differenza che la Gran Bretagna avrà perso il diritto di voto e non avrà alcuna voce in capitolo. La May preferisce parlare di «fase di implementazione rigorosamente limitata a due anni». Le contorsioni semantiche di Londra servono soprattutto per placare il fronte pro-Brexit all’interno del partito conservatore e la Ue sembra disposta a recitare la sua parte perché si rende conto della debolezza politica della May e non vuole rischiare una crisi di Governo dall’esito imprevedibile. «Allo stato attuale conviene a entrambe le parti fare finta che la transizione durerà due anni, - spiega la Barnard. – Sia Londra che Bruxelles però sanno benissimo che durerà molto più a lungo».

La situazione di stallo potrebbe andare avanti per anni: in fondo anche lo Spazio economico europeo (See) è un accordo di transizione che dura ormai da 25 anni senza prospettive di diventare permanente.

“Allo stato attuale conviene a entrambe le parti fare finta che la transizione durerà due anni. Sia Londra che Bruxelles però sanno benissimo che durerà molto più a lungo”

Catherine Barnard 

I negoziati sull’accordo commerciale che tanto preme a Londra dovrebbero iniziare nel marzo 2018 ma la loro conclusione non potrà in alcun caso coincidere con l’uscita formale della Gran Bretagna dalla Ue a fine marzo 2019. «È del tutto impossibile raggiungere un accordo nei tempi previsti dal Governo britannico, - afferma Barnard. - Ha bisogno di essere scrutinato riga per riga e ci saranno di fatto solo dieci mesi per negoziare, dato che ci vorranno poi sei mesi per l’approvazione da parte dell’Europarlamento e di Westminster».

Il Governo insiste che le trattative tra Londra e Bruxelles saranno più semplici di quelle tra la Ue e altri Paesi come il Canada o il Giappone perché il punto di partenza è quello di un “allineamento”, con regole e standard condivisi. Una visione ottimistica che Barnard non condivide affatto: «I negoziati sono complicati dal fatto che, contrariamente al solito, questa volta il Paese in questione, la Gran Bretagna, ha scelto di allontanarsi dalla Ue, non di avvicinarsi. Serve quindi una nuova struttura». Il ministro per l’uscita dalla Ue David Davis ha dichiarato che il suo obiettivo è un accordo “Canada plus plus plus”, cioè simile ma più completo e più stretto, includendo anche i servizi finanziari, auto, prodotti farmaceutici e agricoli che sono invece esclusi dall’intesa raggiunta tra Ue e Canada.

«Non esiste l’opzione Canada plus plus plus, è una totale assurdità, - afferma la Barnard. – La scelta è binaria tra modello Canada o modello See. Londra non sembra rendersi conto che nei negoziati commerciali la Ue ha il coltello dalla parte del manico».

Una delle ragioni per cui Bruxelles non accetterà mai di includere i servizi finanziari in un accordo “canadese” è che secondo una clausola specifica nel caso la Ue dovesse raggiungere un’intesa più favorevole con altri Paesi, le condizioni migliorate andrebbero automaticamente applicate alle altre intese. «Un accordo generoso con la Gran Bretagna andrebbe quindi applicato per forza anche al Canada, al Giappone, alla Corea del Sud e così via, e questo è impensabile perché creerebbe dei forti squilibri»,spiega la Barnard.

Alla fine l’esito più probabile sarà un accordo misto, ben al di sotto delle aspettative attuali di Londra sia sui contenuti che sui tempi. L’accordo commerciale infatti non è direttamente applicabile come l’accordo di uscita dalla Ue, ma «dovrà essere ratificato da 34 Parlamenti regionali e nazionali. Ecco perché tutto questo non potrà avvenire nel 2019. È del tutto impossibile».

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