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Dopo oltre vent’anni ritorna a Siena la «banca pubblica»

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Dopo oltre vent’anni ritorna a Siena la «banca pubblica»

(agf)
(agf)

È tornato dello Stato, dopo 22 anni. In una vita precedente – prima, di Antonventa, di Banca 121, della Fondazione e dello sbarco in Borsa, che avvenne nel ’99 a 3,85, curiosamente lo stesso livello di oggi (salvo che il capitale nel frattempo si era azzerato, ma questo si sa) - le nomine le faceva in buona parte il Cicr, il cuore pulsante del potere politico sulle banche nella prima repubblica. Allora il consiglio di amministrazione del Monte si chiamava “deputazione”. I componenti erano pochi, perlopiù signori della politica locale (ma anche qualche nome nazionale che arrivava da fuori), il presidente di solito un professore universitario stimato. Ma il bastone del comando ce l'aveva uno che là dentro non votava, il “provveditore”. Era tutto un po' strano, a Siena: fino a quando non è diventata spa, nel 1995 ai consigli partecipava anche il direttore della filiale di Siena della Banca d'Italia. Tanto per rimarcare quanto la cosa era pubblica, e non si facevano scherzi inattesi.

Allora il Monte era grosso, lento, e ricco, talmente ricco che alla fine gli utili mostruosi, non dovendo andare in dividendi, davano più fastidio che gioia. Tutto passava per la deputazione, e in quella sala al primo piano della Rocca Salimbeni si respirava l'aria dello scontro politico, più che tra partiti (il Pci contava, ma poco, il Psi marcava stretto e qualcosa lo rimediava) tra le correnti democristiane. Acquisizioni, cessioni, nomine, affidamenti: in controluce nel verbali del Monte del ventennio che precede la nascita della fondazione, risalta la storia del paese, tra luci e ombre. E' la cifra della banca più antica del mondo, che anche in tempi non lontani grazie anche a questa presenza del “pubblico” non aveva perso la bussola nella febbre da fusioni (a parte Banca 121), quando per “creare valore”, specie per gli ad, non si badava a nulla. Poi qualcosa si è rotto.

E si arriva all'acquisizione monstre di Antonveneta, «l'ultima occasione sul mercato»commentarono con ammirata commozione i cantori di quella stagione. Che cda era quello là? Mps era da quasi un decennio in borsa, c'erano dentro azionisti privati di peso, la fondazione – in mano a Comune e Provincia, quindi al Pd locale con sponde romane variabili, anche a destra - contava per oltre 50% e quindi le dinamiche erano cambiate. Segnando un paradosso: quello di un cda non più statale, quindi con bilanciamenti reali, ma in mano ai potentati locali senza argini, e palesemente inadeguati allo scopo. E la banca padovana fu ceduta a scatola chiusa, prendere o lasciare, e il cda votò alla cieca. Ora il consiglio del Monte “statalizzato” riparte, con dei contrappesi cui non era più abituato: ci sarà il Mef a dirigere a distanza i giochi di governance, con una scansione temporale fuori tempo dalla politica, visto che tra poco più di tre mesi si va a votare e per quanto tutto possa andare in stallo il quadro di riferimento è destinato a mutare.

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