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Nuove regole per governare la globalizzazione

il saggio

Nuove regole per governare la globalizzazione

Piccolo è bello, si diceva un tempo, per sottolineare come la struttura produttiva italiana, basata su una miriade di piccole imprese, sia stato per decenni l’elemento di forza che ha consentito alla nostra economia di crescere e affermarsi nel modo grazie ai propri brand, all’inventiva e alla capacità di stare sul mercato con prodotti di qualità. Poi è arrivata la globalizzazione e il gioco si è fatto più duro. La competizione globale ha spazzato via quelle imprese che non sono riuscite a innovare per tempo prodotti e modelli di business. Ma è proprio così? La lettura del saggio pubblicato da Fausto Lupetti editore dal titolo “Piccole per modo di dire”, offre interessanti spunti al riguardo.

Il conduttore di Zapping, Giancarlo Loquenzi, intervista due personaggi che all’apparenza poco hanno da condividere: un imprenditore, Paolo Agnelli, presidente del gruppo industriale Alluminio Agnelli e di Confimi Industria (la Confederazione delle industrie manifatturiere italiane) e un politico, Matteo Richetti, portavoce nazionale e responsabile della comunicazione del Partito democratico nella segreteria di Matteo Renzi, nonché parlamentare nell’attuale legislatura che volge al termine. Dopo i primi convenevoli – si legge nel libro – Agnelli scopre subito le carte, e sciorina un elenco di imprese italiane che italiane non sono più: Buitoni, Parmalat, Valentino, Peroni, Fiorucci, Fendi, Bulgari, Cova, Poltrone Frau. Una settantina di marchi storici del Made in Italy, della moda e dell'agroalimentare che in poco tempo sono passati in mani francesi, arabe, cinesi. È il mercato, bellezza!

«Serve altro – osserva Agnelli – per convincerci che la globalizzazione è un disastro?». E la responsabilità è da ricercare soprattutto in sede politica. Ma l’analisi della globalizzazione – ribatte Richetti – non può partire solo dagli aspetti di trasformazione economica. Parte dai desideri, dalle abitudini di vita delle persone. «Due terzi del pianeta ha deciso di giocare la sua partita, di non vivere a rimorchio dell’Occidente. Proviamo a partire dall’idea che la grande rottura della dinamica produttiva italiana è figlia di questa volontà forte di alcuni paesi. Noi questo desiderio di sviluppo lo abbiamo anche un po' sfruttato. Basti pensare a come è cambiato il distretto della ceramica da cui provengo, quello di Sassuolo, capitale mondiale della piastrella».

Il dialogo si sviluppa serrato. Attenzione – avverte Paolo Agnelli – perché il settore della ceramica beneficia di un dazio. Tantissimi altri settori sono totalmente esposti agli effetti della globalizzazione. E allora, su questo punto c'è concordia tra i due intervistati, il tema è che non si può globalizzare il mercato senza globalizzare le regole. Siamo al punto. Ormai un po' tutti concordano che la globalizzazione andava governata diversamente, e che la sua eccessiva finanziarizzazione ha portato alla creazione di ricchezze non sostenute da quelli che una volta si chiamavano i fondamentali dell’economia. La risolviamo con i dazi, come vorrebbe il nuovo vento protezionista che spira oltreoceano?

Per Richetti la soluzione non è nei dazi, ma nelle regole. «Ma se non riusciamo a metterci d'accordo sul fisco nella nostra Europa, come possiamo sperare di armonizzare le regole sul lavoro del mondo?», replica Agnelli. Ma il nanismo industriale è un difetto o una virtù? Si tratta di aziende da uno a 249 addetti, che secondo l’istituto Tagliacarne rappresentano il 73,8% del Pil: oltre 4 milioni di aziende che generano un fatturato aggregato di 2mila miliardi dando lavoro a 16 milioni di persone. Una realtà produttiva di notevole rilevanza, dunque, che va difesa e sostenuta.

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