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Statali, aumenti lineari: lo stipendio fisso cresce del 4,5 per…

il nuovo contratto

Statali, aumenti lineari: lo stipendio fisso cresce del 4,5 per cento

Un aumento lineare, che fa crescere di circa il 4,5% lo stipendio fisso (il «tabellare») e offre aumenti effettivi fra i 45 e i 60 euro netti al mese, a seconda della posizione economica di ogni dipendente, attestandosi intorno ai 50 euro per i livelli di inquadramento dove si concentra la maggioranza del personale; un bonus temporaneo da 21-25 euro per dieci mesi, pensato con l’obiettivo di sterilizzare l’effetto degli aumenti sul bonus da 80 euro (che da 26.600 euro lordi in su scende al crescere del reddito); e un ricco elenco di materie lasciate alla contrattazione integrativa, a cui dovrebbe toccare il solito compito di differenziare gli stipendi singoli in base alla “produttività” dopo che dal testo dell’intesa nazionale sono usciti anche i meccanismi che avrebbero dovuto azzerare i premi individuali negli uffici in cui le valutazioni sono prodighe con tutti.

Aumenti lineari
Sono questi i tre risultati pratici dell’accordo sul contratto nazionale per le oltre 240mila persone che lavorano in ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici «non economici» come l’Enac, l’Inps o il Cnel. L’intesa, siglata nella notte dell’antivigilia di Natale, fissa la linea che sarà seguita anche per gli altri comparti, dalla sanità alla scuola passando per gli enti territoriali. E mostra il compito principale dei nuovi contratti: recuperare almeno in parte il tempo perduto negli otto anni di blocco, rimandando al futuro le sfide più complicate come l’allineamento degli stipendi fra i vecchi comparti ora confluiti sotto un’unica etichetta. O, appunto, la questione eterna delle buste paga differenziate in base alle solite parole d’ordine del «merito» e della «produttività».

L’effetto netto
Meglio, allora, partire dal pratico. L’aumento del 4,5%, con qualche piccolo aggiustamento fra categoria e categoria, non si spiega con l’inflazione del periodo contrattuale. Nel 2016-2018, infatti, l’indice cumulato dei prezzi al consumo (Ipca, al netto dei beni energetici importati) che dovrebbe guidare i ritocchi degli stipendi pubblici si ferma al 2,5%. Il rinnovo, allora, guarda più indietro, e punta nei fatti a sanare almeno un pezzo del passato, anche prima che dal 30 luglio 2015 la sentenza 178 della Consulta imponesse di scongelare la macchina dei contratti. Calcolatrice alla mano, con i soldi messi a disposizione dalla manovra, e necessari a tradurre in pratica gli 85 euro medi di aumento previsti come «prezzo politico» dall’intesa del 30 novembre 2016, il recupero si spinge indietro fino al 2013.

Gli arretrati
Questo slancio determina anche la misura degli arretrati, l’una tantum che arriverà nella prima busta paga utile dopo che il pre-accordo appena raggiunto avrà passato l’esame del ministero dell’Economia e della Corte dei conti e otterrà quindi la firma definitiva. L’una tantum recupera gli effetti del rinnovo solo sul 2016 e 2017, ma le cifre dipendono dallo stanziamento complessivo. Se lo stipendio interessato, come probabile, sarà quello di marzo 2018, per un ministeriale medio (area seconda, posizione economica F4) l’una tantum sarà di 570 euro lordi.

Per calcolarla, bisogna considerare l’andamento progressivo degli aumenti, che nel caso degli statali valgono 300 milioni per il 2016, 900 milioni per il 2017 prima di raggiungere il livello a regime da 2,85 miliardi dal 2018. La stessa dinamica si incontra nei tabellari di ogni categoria, che rispetto ai livelli di partenza crescono dello 0,46% nel 2016 e dell’1,4% nel 2017 prima di arrivare al +4,5% del prossimo anno. L’una tantum di ognuno, quindi, sarà la somma degli aumenti relativi alle 13 mensilità del 2016, alle altrettante di quest’anno e ai primi due mesi del prossimo, nel caso di avvio effettivo dei nuovi contratti a marzo. Da aprile, poi, sarà incorporata nel tabellare anche l’indennità di vacanza contrattuale (154 euro lordi per il ministeriale citato poche righe sopra).

La questione 80 euro
A completare i calcoli c’è infine il “bonus” per le fasce più basse, che oscilla dai 21,10 ai 25,80 euro lordi al mese a seconda della posizione economica ed è previsto solo per dieci mesi: da marzo, quando gli aumenti contrattuali dovrebbero appunto arrivare nei cedolini, a dicembre, quando scadrà il triennio. La sua funzione è quella di evitare che gli aumenti contrattuali facciano perdere ai diretti interessati una parte del bonus Renzi, completando il lavoro della manovra che ha modificato le soglie di reddito di riferimento del bonus: dal 2018 gli 80 euro cominceranno ad alleggerirsi dai 24.600 euro di reddito lordo in su (e non più da 24mila), e spariranno a partire da 26.600 euro lordi (e non più da 26mila). L’effetto reale sulle singole buste paga, però, dipende da un incrocio di variabili, perché il bonus Renzi si calcola sul reddito complessivo (non solo quello da lavoro). E soprattutto il puntello è temporaneo: e la prossima manovra dovrà riaffrontare il problema.

NEI MINISTERI
Gli aumenti mensili sullo stipendio tabellare in base al nuovo contratto
(Sono state applicate le aliquote Irpef previste in base alla retribuzione media di ogni livello - Il calcolo tiene conto anche di un'aliquota media del 3% di addizionali regionali e locali) - Fonte: elaborazione su dati Aran

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