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Le adozioni e la scelta dell’anonimato

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Conflitti tra ragioni

Le adozioni e la scelta dell’anonimato

Lo scioglimento delle Camere lascerà in sospeso anche un piccolo, importantissimo aspetto delle regole sulle adozioni: le norme sui figli non riconosciuti alla nascita, da donne che hanno scelto di partorire restando anonime. Da quando nel 2013, la Corte Costituzionale ha censurato l’inviolabilità di questo anonimato, invitando il legislatore a rimediare, diversi deputati e senatori hanno presentato proposte per correggere la legge sulle adozioni e un disegno di legge unificato era infine approdato alla commissione giustizia del Senato. Ma lì si è fermato e – visti alcuni suoi contenuti – può essere una buona notizia.

Il conflitto tra le ragioni della donna che ricorre all’anonimato e il diritto di chi è stato adottato a conoscere le proprie origini potrà sembrare, a chi non si occupa della materia o non ne ha esperienza, un dettaglio trascurabile. Ma è, invece, un passaggio determinante per decidere cosa pensiamo delle adozioni e cosa vogliamo che siano. Serve un breve riepilogo, per capirsi: l’impianto originale della legge, la 184 del 1983, dettava una separazione totale e invalicabile tra partoriente anonima e bambino; nel 2001 è stata introdotta la possibilità per l’adottato di «accedere a informazioni che riguardano la sua origine e l’identità dei propri genitori biologici», ma solo dopo aver raggiunto i 25 anni (art. 28, comma 5 legge 184 del 1983) e stabilendo comunque, poche righe più oltre, che «l’accesso alle informazioni non è consentito se l’adottato non sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale e qualora anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di non voler essere nominato» (comma 7). Alcune decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo e la sentenza 278 della nostra Corte costituzionale hanno dato diverse spallate a questo fragile equilibrio tra diritti dell’adottato, volontà della donna e – dato non trascurabile – tutela dell’adottato e dell’adozione, che si vorrebbe il più stabile e serena possibile. La Consulta, in particolare, ha dichiarato illegittimo proprio il comma 7, per l’irreversibilità del segreto. «Sarà compito del legislatore – ha scritto il giudice nazionale – introdurre apposite disposizioni volte a consentire la verifica della perdurante attualità della scelta della madre naturale di non voler essere nominata e, nello stesso tempo, a cautelare in termini rigorosi il suo diritto all’anonimato». Un compitino da niente. E – ha aggiunto la Consulta – questa nuova norma dovrà poggiare su «scelte procedimentali che circoscrivano adeguatamente le modalità di accesso, anche da parte degli uffici competenti, ai dati di tipo identificativo, agli effetti della verifica di cui si è detto». Insomma, risalite alla partoriente anonima, chiedetele se conferma l’anonimato, ma non fatelo sapere. Nell’attesa che il Parlamento risolvesse la sciarada, i tribunali per i minorenni si sono mossi in ordine sparso, quando si sono trovati a gestire richieste di informazioni sulle origini. Talvolta ignorando le norme bocciate e talaltra ignorando la bocciatura. Del resto, non è che dalle Camere giungessero segnali confortanti: il disegno di legge da ultimo stilato, congiungendo numerose proposte di diversa provenienza, lasciava libertà di accesso alle origini dal 18° anno dell’adottato, in luogo dei 25 attuali; consentiva sempre la ricerca nel caso la donna fosse deceduta (attualmente il vincolo permane per cento anni); se in vita, le permetteva di confermare la scelta per l’anonimato o la sua revoca al tribunale dei minorenni, 18 anni dopo il parto . E per i parti anonimi avvenuti in passato, si immaginava che le donne comunicassero la volontà di rimanere nel segreto entro dodici mesi dall’entrata in vigore delle nuove norme. Un segreto da comunicare (comunicare un segreto?) nella massima riservatezza (??). Anche nell’astrattezza delle norme, si capisce come il conflitto scuota alcuni capisaldi delle norme sulle adozioni, spingendole dalla filiazione vera e propria a una sorta di filiazione “provvisoria” o soggetta a conferma. Se poi si prova a fare un esercizio di realtà (all’Anfaa, l’associazione delle famiglie adottive, sono arrivate lettere di donne che hanno partorito nell’anonimato, preoccupate dalle proposte in discussione), l’alone romantico alla Facebook che circonda l’accesso alle origini si cala in vicende di privazioni, emarginazione, talvolta violenza. Non è esattamente come ritrovare la fidanzatina o il fidanzatino delle medie: dietro quella scelta di anonimato e dietro le tutele che la legge dovrà nuovamente bilanciare, nella prossima legislatura, ci sono vicende dolorose, qualche volta pericolose per lo stesso adottato e i suoi genitori. Quelli adottivi.

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