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Comuni in crisi, raddoppiano i tempi per il risanamento dei bilanci

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Comuni in crisi, raddoppiano i tempi per il risanamento dei bilanci

Il Comune di Napoli avrà tempo fino al 2032 per provare a rimettere in sesto i propri conti
Il Comune di Napoli avrà tempo fino al 2032 per provare a rimettere in sesto i propri conti

Grazie alla manovra appena approvata il Comune di Napoli avrà tempo fino al 2032 per provare a rimettere in sesto i propri conti, con un calendario raddoppiato rispetto alle scadenze originarie. Ma nei primi quattro anni del “risanamento” il disavanzo annuale è esploso dai 783 milioni calcolati all’inizio del 2013 ai 2,53 miliardi di fine 2016. Una cifra monstre: pari, per dare l’idea, all’addizionale comunale all’Irpef pagata in un anno dai privati di tutta Italia.

Il gruppone dei Comuni in crisi finanziaria
È obbligatorio guardare a Napoli per capire da dove è nato il piatto forte nel ricco capitolo che la nuova legge di bilancio dedica agli enti locali. La novità, che porta da 10 a 20 anni i tempi concessi agli enti locali più in difficoltà per riportare in equilibrio i propri bilanci, guarda anche lontano dal Vesuvio, e offre una seconda chance a tanti Comuni da Terni a Caserta fino alla Sicilia di Catania e Messina, all’interno di un elenco che vede più di 150 enti locali impegnati nei tentativi di risanamento. Ma da Napoli, la città più grande del gruppone già protagonista del dissesto record avviato nel 1993 e chiuso oltre dieci anni dopo, è partito tutto, perché dopo il lavoro di scavo della Corte dei conti sui numeri del capoluogo campano il nuovo dissesto era a un passo: e avrebbe prodotto un terremoto politico evitato in extremis dall’ultima manovra prima delle elezioni.

Come funziona la procedyra “pre-dissesto”
La novità interviene sul «pre-dissesto», il meccanismo costruito nel 2012 dal governo Monti per evitare i fallimenti a catena che rischiavano di innescarsi in tanti Comuni, soprattutto del Sud, mentre tutti gli occhi dei mercati erano puntati sul nostro debito pubblico. Quando un Comune o una Provincia aderisce al pre-dissesto, deve mettere in programma un piano di risanamento che riporti i conti in equilibrio strutturale: un “fondo rotativo”, cioè un prestito statale (massimo 300 euro ad abitante per i Comuni, 20 euro per le Province) da restituire nell’arco del piano, aiuta a far partire la macchina, e obbliga ad alzare al massimo le aliquote dei tributi locali (Imu, Tasi e addizionale Irpef per i Comuni) e le tariffe, e a ridurre le spese per il personale e per gli acquisti di beni e servizi. Le prove sul campo di questo meccanismo, però, hanno subito evidenziato più di un problema. L’aiuto, prima di tutto, non interviene sui problemi strutturali della macchina amministrativa, che spesso nascono dall’incapacità di incassare davvero le entrate previste nei bilanci. I controlli della Corte dei conti, che ogni sei mesi bussa alla porta degli enti in pre-dissesto per vedere come procede il piano, aiutano poi a portare alla luce inciampi prima nascosti nelle pieghe dei conti. E i problemi esplodono.

Disavanzo reale a 2,53 mld per il 2016
Per capirne la ricaduta pratica è allora il caso di tornare a Napoli. A gonfiare i numeri effettivi del deficit è stato proprio l’esame della magistratura contabile, che ha messo nei conti i debiti fuori bilancio e ha imposto di neutralizzare le voci come l’anticipo statale e i vari fondi rischi obbligatori: queste somme, infatti, servono ad abbattere il deficit, e non possono essere calcolate nei saldi allargando le facoltà di spesa. Di qui il «risultato di amministrazione rettificato», cioè la cifra reale del disavanzo, volata a 2 miliardi per il 2015 e a 2,53 miliardi per il 2016. Per risalire la china servirebbero le entrate, che però a Napoli (come in tanti degli altri Comuni in crisi) non si riescono a incassare. Negli ultimi cinque anni Palazzo San Giacomo è riuscito a raccogliere in media 3,39 euro ogni 100 arretrati. Un buco nel serbatoio che rischia di rendere impossibile il viaggio.

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