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«Pd forza tranquilla»: e Renzi prende il passo di Gentiloni

L’ANALISI

«Pd forza tranquilla»: e Renzi prende il passo di Gentiloni

La consegna della campanella da parte di Matteo Renzi a Paolo Gentiloni  il 12 dicembre del 2016
La consegna della campanella da parte di Matteo Renzi a Paolo Gentiloni il 12 dicembre del 2016

La conferenza stampa di fine anno del premier Paolo Gentiloni si può sintetizzare in una frase, per quel che riguarda il rapporto con il Pd e con il segretario Matteo Renzi: «Il Pd recupererà se accetterà di mostrarsi essere quello che è: una forza tranquilla di governo». Una sorta di “consiglio” al leader che ha scalato il partito, ormai cinque anni fa, all’insegna della rottamazione e del #cambiaverso. Ma cinque anni di Pd al governo, prima con Letta poi con Renzi poi con Gentiloni, sono molti.

E il periodo “rivoluzionario” di Renzi è finito bruscamente la sera del 4 dicembre del 2016, con la sconfitta al referendum costituzionale, anche se l’impressione è che il gruppo dirigente del Pd ci ha messo qualche mese a metabolizzare quella sconfitta e, appunto, a cambiare verso. Ma non è un caso che la frase forse più forte della conferenza stampa di Gentiloni, il Pd come «forza tranquilla», appartiene anche a Renzi. Che non a caso la mattina del 28 dicembre ha fatto uscire una sua intervista alla Stampa per lanciare la nuova immagine del Pd: «L’Italia è più sicura se guidata dal Pd: non è tempo di apprendisti stregoni che si qualificano come nuovi o del ritorno di chi ha fatto schizzare lo spread a livelli record. È tempo di solidità e di forza tranquilla». Appunto.

Sembrano anche finiti i tempi degli attacchi all’Europa «degli zero virgola», all’Europa «dei burocrati». A novembre Renzi è stato ricevuto all’Eliseo dal presidente francese Emmanuel Macron e in quella sede non ha rilanciato l’idea del ritorno a Maastricht che in estate costituiva la novità più importante del suo libro Avanti: ossia tenersi per cinque anni sul 3% nel rapporto deficit/Pil in modo da avere circa 30 miliardi l’anno da investire in crescita e lavoro. Non è più tempo di strappi con Bruxelles, è tempo dell’asse con Macron per la rifondazione dell’Europa. E già alla Leopolda, due settimane dopo l’incontro con Macron, Renzi ha compiuto una svolta che in pochi hanno notato: «Noi siamo quelli dell’Europa».

Già, perché di fronte a due opposti populismi dei Cinque stelle e della Lega, con Luigi Di Maio che candidamente rilancia il tema del referendum per uscire dall’euro che per altro il nostro ordinamento non permette di fare, e con financo l’ex premier Silvio Berlusconi che ipotizza la doppia moneta, il Pd resta – paradossalmente anche al di là delle intenzioni - l’unico partito davvero europeista dello schieramento politico italiano. La battaglia a Bruxelles per una maggiore flessibilità e contro il fiscal compact può essere rimandata a momenti migliori. Quella della «forza tranquilla» è insomma l’unica strada possibile in un campo politico in cui i populismi e le facili promesse elettorali hanno occupato quasi tutto lo spazio.

Così come l’unica strada è impostare la campagna elettorale sul gioco di squadra, che non a caso Renzi – che ha capito di essere divisivo agli occhi di una parte dell’opinione pubblica del centrosinistra – sta rilanciando molto in questi ultimi giorni: in tv, a fare campagna elettorale, non andrà solo il leader del Pd ma anche lo stesso Gentiloni e la squadra di ministri dem che possono vantare qualche risultato nei loro campi: da Marco Minniti a Graziano Delrio a Dario Franceschini. Insomma Renzi ha rallentato, prendendo per così dire il passo di Gentiloni.

Basterà per invertire la china? C’è da dire che nella seconda Repubblica gli italiani non hanno mai premiato i partiti al governo. E la svolta, forse, arriva troppo tardi, e arriva dopo gli ultimi strappi istituzionali compiuti dal Pd come quello sulla vicenda della riconferma di Ignazio Visco alla guida di Bankitalia. Ma è pur sempre l’unica strada possibile.

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