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I frangiflutti necessari per arginare i nazionalismi

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I frangiflutti necessari per arginare i nazionalismi

Emerso impetuosamente nel 2016 prima nel Regno Unito (con il referendum di giugno) e poi negli Stati Uniti (con le elezioni di novembre), il nazionalismo si è diffuso in tutta Europa nel corso del 2017. Si è trattato di un’onda che ha scosso istituzioni e assetti sia sovranazionali che nazionali. E che potrebbe giungere a scuotere anche la nostra democrazia con le elezioni del prossimo 4 marzo. Vediamo le dimensioni geografiche, le caratteristiche politiche e le ragioni del successo del nazionalismo, per meglio capire come affrontarlo nel 2018.

Per quanto riguarda le dimensioni, il nazionalismo è al governo in buona parte dei paesi dell’Europa dell’est. Questi ultimi sono controllati da partiti ideologicamente nazionalisti (Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca), oppure da coalizioni a cui partecipano influenti partiti nazionalisti (Bulgaria, Lettonia) o che perseguono programmi decisamente nazionalisti (Romania, Estonia, Lituania, Croazia, Slovenia). Certamente il nazionalismo non si è istituzionalizzato in nessuno dei Paesi dell’Europa occidentale, con l’eccezione dell’Austria. Tuttavia, i nazionalismi hanno continuato a condizionare prepotentemente la politica dei Paesi occidentali. Sono diventati la forza più importante nei cinque Laender orientali della Germania. Hanno appena conquistato una maggioranza (seppure risicata) di seggi nelle elezioni della Catalogna. In Belgio, il principale partito della coalizione governativa è il nazionalista-regionalista Nuova Alleanza Fiamminga. I nazionalisti dell'Unione cristiana sono presenti nel governo formatosi nei Paesi Bassi. In Finlandia è rimasta al governo una componente dei Veri Finlandesi, in Danimarca il governo sta in piedi perché sostenuto dall'esterno dai nazionalisti del Partito del Popolo Danese. Come si vede, pur non andando al governo, l'agenda dei nazionalisti ha condizionato i partiti che ci sono andati.

Vediamone ora le caratteristiche politiche. Tutti i nazionalismi si dichiarano formalmente democratici, ma perseguono strategie sostanzialmente illiberali.

In particolare nei paesi dell'Europa dell'est. Tant'è che, il 20 dicembre scorso, la Commissione europea ha dovuto aprire una procedura di infrazione nei confronti del governo polacco per violazione dei principi dello stato di diritto (celebrati dall'Art. 2 del Trattato di Lisbona, sottoscritto anche da quel Paese). La Commissione mostra come, in ben 13 atti legislativi approvati dal parlamento e firmati dal presidente della repubblica, il governo e la maggioranza di quel Paese hanno introdotto un controllo politico diffuso sul potere giudiziario. Come ha scritto Dan Kelemen su Foreign Affairs, il partito di governo polacco ha costituzionalizzato un vero e proprio ‘equilibrio autoritario'. La volontà di controllare politicamente il potere giudiziario è largamente condivisa in questa parte dell'Europa. Siamo di fronte ad un ‘putinismo' a rovescio, cioè a Paesi che, nonostante siano ossessionati dalla Russia, stanno diventando sempre più simili a quest'ultima. I nazionalisti sono allergici verso il pluralismo sociale o istituzionale. Naturalmente, in nome delle specifiche tradizioni costituzionali nazionali. Che, peraltro, giuristi e politici europeisti hanno continuato a celebrare come pluralismo costituzionale, senza vederne gli aspetti disintegrativi. Ha fatto bene la Commissione europea ad attivare l'Art. 7 del Trattato di Lisbona nei confronti del governo polacco, articolo che prevede la possibilità di giungere ad una sanzione politica nei suoi confronti. Tuttavia sarà impossibile che ciò avvenga, visto che la sospensione del diritto di voto del governo polacco nelle istituzioni europee dovrà essere decisa all'unanimità degli stati membri.

Se è vero che, a est come a ovest, il nazionalismo è anti-europeista, è anche vero che tale anti-europeismo è più insidioso di quello che si pensi. Contrariamente al nazionalismo britannico, nessuno dei nazionalismi europei rivendica infatti di uscire dall'Unione europea (Ue). Dopo tutto, nessuno di essi deriva da una vicenda nazionale così insulare (ed imperiale) da giustificare, come è avvenuto a Londra, l'idea della propria auto-sufficienza.

I nazionalismi europei mirano piuttosto a ridefinire il progetto di integrazione europea dall'interno, preservandone la forma ma cambiandone la sostanza. Nei fatti, vogliono trasformare l'unione in un'alleanza che fornisce protezione politica e risorse finanziare, senza intaccare le sovranità nazionali. Una trasformazione che avrebbe conseguenze negative anche sul funzionamento del mercato unico, non solo dello stato di diritto. Infatti, rifiutando (in nome della propria sovranità nazionale) l'una o l'altra legge comunitaria o l'una o l'altra decisione della Corte europea di giustizia, si creeranno le condizioni per lo svuotamento di quello stesso mercato. Non sarebbe la prima volta che si cerca di svuotare un regime lasciandone la forma. Come ci ha spiegato Alexis de Tocqueville nel suo studio, pubblicato a metà dell'Ottocento, sulla trasformazione dall'interno di un altro sistema, l’Antico Regime francese.

Se consideriamo ora le ragioni del successo del nazionalismo, una appare più evidente delle altre. Il nazionalismo ha vinto quando ha ricevuto la legittimazione dell'establishment del Paese in questione. Ciò vale in particolare per l'Europa dell'est.

Lì, il nazionalismo è stato certamente accelerato dall'ondata migratoria e dalle sue minacce cosmopolite, ma da tempo costituisce la colla che tiene insieme gran parte della classe dirigente di quei Paesi. Nell'Europa dell'ovest, invece, il nazionalismo ha incontrato resistenze più robuste nelle classi dirigenti nazionali, in particolare in Francia e in Germania. Qui, nonostante il suo tentativo di presentarsi come la critica populista all'inefficienza e corruzione della casta (di Bruxelles e dei suoi complici nazionali), il nazionalismo è stato contenuto, con la doppia eccezione del Regno Unito e dell'Austria.

O almeno così è avvenuto finora, perché in Italia la determinazione anti-populista della classe dirigente è tutta da verificare. Da noi, infatti, la cultura dell'anti-casta sta ricevendo (nel caso dei Cinque Stelle) una legittimazione da settori dei media nazionali, degli apparati pubblici, della magistratura, dell'imprenditoria anti-politica e del sindacalismo antagonista oppure (nel caso della Lega) un supporto addirittura elettorale dai partiti della destra che si dichiara moderata.

Se si vuole affrontare con successo la sfida del nazionalismo nel 2018, occorre prendere atto che esso rappresenta un fenomeno radicato ma differenziato, oltre che portatore di una cultura illiberale e autoritaria. Non basta prendere le distanze da esso, occorre anche opporgli un progetto positivo di riforma dell'Ue. In Europa vi sono più Europe, cioè gruppi di Paesi che perseguono fini o che camminano con tempi tra di loro diversi. Si esce dalla paralisi europea attraverso una decisione politica, da parte dei Paesi che camminano più velocemente o che hanno un fine politico, di dare vita ad un'unione federale. Dotata di una sua identità costituzionale e che funzioni da perno del mercato unico. Se è impossibile fermare l'onda nazionalista, si può però contenerla con solidi frangiflutti. Frangiflutti politici, costituiti da classi dirigenti che non accettino compromessi con il populismo nazionalista (come invece sta avvenendo in Italia). Frangiflutti istituzionali, costituiti da nuove istituzioni europee che non siano più prigioniere della politica dei veti.

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