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La «prova debito» resta il vero esame dell’Italia in rimonta

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dalla crisi alla ripresa

La «prova debito» resta il vero esame dell’Italia in rimonta

Nel gennaio scorso, la Banca d’Italia prevedeva per il 2017 una crescita del Pil pari a 0,9%, salito a 1,1 in aprile, nel Def del governo. Invece, l’anno si chiude con una crescita acquisita dell’1,5 per cento. Se il successo si misura «battendo le previsioni», il 2107 è stato certamente buono per l’economia italiana. Le esportazioni hanno aumentato la quota sul commercio mondiale.

I nostri esportatori hanno fatto meglio in media di quelli del resto del mondo. Gli occupati sono oggi pari al 58,1 per cento della popolazione, contro il 55,4 del 2013; non c'è una significativa riduzione della disoccupazione perché alcuni degli scoraggiati che nemmeno provavano a cercare lavoro sono tornati a cercarlo.

Il 2017 è un anno “buono” soprattutto alla luce della crisi recente, la più grave della storia economica dell’Italia unita in tempo di pace. Le ombre che oscurano in parte il risultato del 2017 sono quasi tutte riconducibili alla crisi stessa e al modo con cui l’abbiamo affrontata. Il crollo degli investimenti e della spesa per università e ricerca peserà a lungo sul nostro futuro economico; povertà, disuguaglianza e disoccupazione giovanile peseranno su quello sociale e politico. Per questo è comprensibile che milioni di italiani non si accorgano del ritorno alla crescita, che trovino quasi offensivo un giudizio positivo sul 2017. Per un momento, però, godiamoci le luci. Abbandoniamo il vizio nazionale di vedere solo ombre: è un vizio pericoloso perché chi ci osserva da fuori, chi valuta se e quanto investire da noi, è sconcertato dalla negatività dei giudizi che arrivano da casa nostra. E ne tiene conto.

Celebrato il 2017, passiamo agli auguri per l’anno nuovo. Le variabili economiche promettono bene. L’economia mondiale continuerà la sua espansione, sostenuta non solo dai paesi emergenti ma anche dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Gli analisti prevedono per l’Italia la continuazione della crescita attuale anche nell’anno che si apre.

I fondamenti dell’economia sono, dunque, robusti. I rischi vengono dalla politica, internazionale e domestica. Nel 2017 abbiamo sventato le minacce del populismo olandese, francese e tedesco. Il separatismo catalano fa meno paura, di un mese fa. L’augurio per il 2018 è di essere altrettanto fortunati, o altrettanto bravi nel controllare i rischi di origine politica.

Sul mondo pesa soprattutto, lo sappiamo bene ma cerchiamo di non dirlo troppo, la tensione al limite di rottura nella penisola coreana. Più sullo sfondo appare l’ombra di Tucidide che ci ammonisce di fare bene attenzione alle relazioni tra la potenza egemone e quella emergente. Lasciamoci ammonire dal centenario della fine della Grande Guerra, che fu solo una tregua nella “seconda guerra dei trent’anni”. Sono questi i grandi rischi. Noi italiani possiamo fare poco per ridurli. Dobbiamo dunque accontentarci degli auguri.

Non possiamo, invece, limitarci agli auguri per i rischi che dipendono in buona misura da noi. Gli amici stranieri ci domandano con preoccupata insistenza che cosa succederà a seguito delle nostre elezioni. Dopo Olanda, Francia e Germania, nel 2018 sarà l’Italia a tenere con il fiato sospeso. Non è però scritto che sia così. Il Presidente Mattarella ha ricordato a tutti che non c’è nulla di pericoloso, di patologico, nel normale esercizio della sovranità popolare in libere elezioni, purché tutti si comportino con maturità civica e politica. Il rischio connesso alle elezioni italiane riguarda non tanto la nostra appartenenza all’Unione Monetaria, che nessuno vuole veramente mettere in discussione, ma la piuttosto la “cultura del debito”, diffusa tanto tra i cittadini quanto tra i loro rappresentanti. Prima ancora che la campagna elettorale cominci ufficialmente, non c’è parte politica che non faccia girare la propria proposta programmatica attorno a più o meno colossali aumenti di spesa in disavanzo, senza tenere conto che il maggior rischio che l’Italia correrà nel 2018 si annida nel più elevato debito pubblico della sua storia di pace. Il rischio mortale è quello di un inatteso allontanarsi dei sottoscrittori dalle aste per il rinnovo dei nostri titoli. Un secondo rischio, più subdolo, è quello del soffocamento progressivo della crescita sotto il peso di un debito che sarà rifinanziato a costi sempre più alti. Per esorcizzare questi rischi, non bastano gli auguri di stagione e il confidare nel proverbiale stellone: tutte le parti che concorreranno alle elezioni per il prossimo parlamento possono contenere con successo i rischi specifici del nostro Paese dimostrando una volontà comune a ritenere l’indebitamento come un vincolo insuperabile piuttosto che come un serbatoio inestinguibile di risorse da distribuire. Se il 2018 segnasse un abbandono della cultura del debito, le probabilità che la crescita del Pil sia superiore a quella dell’anno che si chiude crescerebbero non poco.

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