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I costi di una rottura tra Bonino e Renzi: il danno sui numeri e…

POLITICA 2.0

I costi di una rottura tra Bonino e Renzi: il danno sui numeri e sull’immagine

(Agf)
(Agf)

Non è chiaro come andrà a finire la trattativa tra la lista + Europa di Emma Bonino e il Pd. Se, cioè, quella di ieri è stata una nuova giornata di tensione come capita in tutti i negoziati più aspri o se invece quella stessa tensione preluda a una chiusura del tavolo e a destini separati. In realtà, in ogni trattativa è decisivo il calcolo dei costi e benefici di una rottura, a chi fa più danno e di certo una corsa solitaria della Bonino avrebbe quello maggiore. Che è il rischio di non riuscire a saltare l’asticella del 3% e quindi restare fuori dal Parlamento. Una sconfitta, è vero, ma anche per Renzi ci sono controindicazioni a uno strappo.

Il primo è certamente un danno di immagine politica. Nel senso che si certifica che la coalizione non esiste: diventa un Pd con l’aggiunta dei centristi di Lorenzin e Casini che certo non hanno lo stesso appeal nel mondo “progressista” nonostante la “gamba” di Nencini e Bonelli. Insomma, perdere la faccia, il contributo e la cifra della Bonino e delle sue battaglie riduce il mondo di centro-sinistra, lo restringe in confini più stretti. Diventa un’alleanza un po’ asfittica dal punto di vista delle idee e dei valori, un renzismo al quadrato. Che soprattutto perde un tema forte della campagna elettorale, divisivo ma anche molto identitario: l’Europa. È vero che l’europeismo ha i suoi detrattori – e sono tanti – ma ha anche forti sostegni in alcune fasce della popolazione che non sopportano le ambiguità di Berlusconi, i “no” di Salvini, gli slalom di Di Maio.

Ci sono poi i danni numerici e quelli pure hanno un peso. Avere in dote almeno un 3% di voti, in questo momento, per il Pd è necessario vista la competizione con centro-destra e 5 Stelle. Ma se anche la lista non dovesse raggiungere la soglia, facendo parte della coalizione dovrebbe “cedere” tutti i voti che raccoglie (dall’1% al 3%) al partito principale della coalizione, quindi al Pd. Un regalino piccolo ma non disprezzabile oggi che alcuni sondaggi lo danno al 23 per cento. Se – poi – + Europa dovesse correre in solitaria, non solo non cederebbe voti ai Democratici ma glieli toglierebbe in più di un collegio, prendendo i consensi di un pezzo dell’opinione pubblica anti-renzista.

Queste sono le valutazioni politiche ma c’è poi l’oggetto del contendere, cioè la legge e la sua interpretazione sulla raccolta firme. Si potrebbe dire che il Parlamento, con una mossa “corporativa”, ha protetto chi è dentro il Palazzo rispetto a chi è fuori, mettendogli regole diverse e in un certo senso punitive. Qual è il punto? Che l’attuale legge non solo prescrive la raccolta di un certo numero di firme per candidarsi – e quello non sarebbe un problema con l’aiuto del Pd – ma che queste firme, secondo le istruzioni del ministero dell’Interno, debbano essere raccolte anche sui candidati della coalizione nei collegi uninominali, il che ridurrebbe i tempi a soli dieci giorni. L’ulteriore forzatura sta nel fatto che queste regole valgono per la Bonino ma non per la lista di Lorenzin e Casini - o di Liberi e Uguali - perché si sono collegati a gruppi parlamentari e quindi “esentati” dagli obblighi. Insomma, chi era già dentro al Parlamento si è fatto regole su misura per tagliare fuori gli altri o renderli subalterni al partito “dominus” della coalizione.

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