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La Pa in fuga dalle riforme paralizza la crescita

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l’analisi

La Pa in fuga dalle riforme paralizza la crescita

Marka
Marka

La campagna elettorale è cominciata male, con la corsa dei partiti a chi la spara più grossa senza tenere conto di vincoli, risorse disponibili, reali priorità dell’economia. E con le liti sul passato remoto. Promesse faraoniche e rimpianti adatti al tempo dei sogni che fu, non al tempo degli impegni difficili che ci troveremo davanti dopo il 4 marzo. Intanto le imprese e i cittadini italiani combattono ogni giorno la battaglia dei problemi concreti, che devono risolvere per non chiudere i battenti o più semplicemente per onorare gli impegni assunti. Sono problemi non di rado generati da un apparato normativo ipertrofico e da una pubblica amministrazione inefficiente. Una Pa che spesso, anche a dispetto delle riforme varate, resta la vera palla al piede del Paese.

Facciamo in queste pagine tre esempi di difficoltà che le imprese si trovano a vivere quotidianamente in questa epoca: il nuovo codice degli appalti con la sua attuazione lunga e contorta, i tempi lunghi della giustizia civile, una macchina fiscale che promette semplificazioni e un po’ più di equità ma stenta a tenere il passo necessario per metterle in pratica.

Sono tre esempi su cui sarebbe utile sentire impegni concreti da parte delle forze politiche ma che per il momento non hanno voce in campagna elettorale.

Servirebbe un’analisi imparziale (e magari condivisa) per affrontare questi problemi e trovare la soluzione giusta. Prendiamo il codice appalti: varato nell’aprile 2016, attuato parzialmente nel suo primo anno di vita rispetto a una mole di adempimenti mostruosa con 40 provvedimenti e senza un periodo transitorio adeguato (come Il Sole 24 Ore denunciò prima ancora del varo), poi rivisto con 300 correzioni legislative nell’aprile 2017, ora si trova nell’assurda situazione di dover rivedere quella parte di attuazione già fatta e completare quella che manca.

In questa giostra attuativa, la pubblica amministrazione ha scelto la paralisi, incapace di risolvere i suoi problemi atavici (progettazione carente, stazioni appaltanti frammentate e di bassa qualità, dirigenti che evitano di assumersi responsabilità) mentre le imprese pagano il prezzo più alto del blocco. Chi può fuggire dal codice degli appalti fugge: è il caso dell’Anas che, grazie alla fusione con Fs, potrà godere delle norme più favorevoli dei settori speciali. Chi, nella Pa, non può fuggire, cerca il modo di difendere lo status quo, frenando l’innovazione. Le linee guida dell’Anac, espressione di un potere regolatorio innovativo creato per sostenere la riforma e il rinnovamento della Pa, sono state vissute dagli uffici pubblici come diktat invadente o come alibi per non fare (sommergendo l’Autorità non di rado con richieste di pareri anche su aspetti assolutamente pacifici).

Non è un caso, quindi, che la riforma non sia neanche decollata sugli aspetti più qualificanti, come il rating delle Pa che avrebbe dovuto scremare gli uffici legittimati a gestire un appalto, riducendo il numero delle 30mila stazioni appaltanti e spostando il carico di competenze e di poteri su uffici tecnici più efficienti e centrali di committenza.

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