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9/10 PENSIONI / La società invecchia e non trova soluzioni

    Dieci parole per capire meglio la campagna elettorale

    Sessanta giorni di campagna elettorale. Da oggi, 2 gennaio, alla mezzanotte di venerdì 2 marzo, quando la tregua prima del voto dovrebbe sospendere proclami e promesse. Il decreto di scioglimento delle Camere e il messaggio di fine anno del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con il richiamo alla necessità di promesse realistiche dei partiti necessarie per arrivare a un voto consapevole, hanno fissato altri due punti fermi.
    Il rischio concreto è, però, che la caccia al consenso passi da un confronto giocato su parole d’ordine confuse, utilizzate con l’unico scopo di recuperare consensi o, peggio, di screditare gli avversari. Sovranismo e populismo, immigrazione e millennials, fake news e povertà, per fare solo alcuni esempi, hanno fatto da giorni ingresso nell’agenda della politica. E non sempre le parole vengono usate con chiarezza e responsabilità.
    Il quadro complessivo non aiuta. Ripresa certa, ma non percepita da tutti. Diffidenza verso il principio di rappresentanza. Fratture generazionali e territoriali. Proposte senza valutazioni effettive sui costi (si veda l’appronfondimento di pagina 3). Difficoltà dei ragazzi del ’99 (1999) a trovare risposte nella politica alle proprie domande. Nuovo sistema elettorale alla prova. Tutte situazioni che potrebbero spingere a un confronto esasperato. Da qui la scelta di affidare ai commentatori del Sole 24 Ore la definizione di dieci temi, dieci parole, destinate a diventare centrali nel dibattito delle prossime settimane. Per evitare la confusione delle lingue e dare una mano a chi, per deliberare, vuole davvero conoscere. (j.m.d.)

    9/10 PENSIONI / La società invecchia e non trova soluzioni

    Sono il gruppo sociale d’insider più numeroso: circa 16 milioni a fronte dei 23, tra occupati e sottoccupati regolari. Frutto di un invecchiamento travolgente che ci condanna al vertice mondiale con Giappone e Germania. La politica guarda costantemente ai pensionati con finalità consensuali, ma anche con preoccupazione per l’impegno richiesto alle casse dello stato. C’è chi ritiene che vadano attenuati gli effetti draconiani della legge Fornero (circa 2 punti di Pil risparmiati ogni anno per 15 anni) e chi ipotizza che, con elevata disoccupazione e crescita modesta, alla fine degli anni ‘20 non basterà quanto fatto tra il 2007 e il 2011. Da un canto, nel pianeta pensioni si crea una giungla di termini “correttivi”, come Ape volontaria e sociale, Rita, lavori usuranti, adeguamenti alla speranza di vita, pensioni integrative, ecc.

    Dall’altro, si pensa a contenere l’urto che ci sarà tra 7-12 anni per il massiccio ingresso alla pensione dei baby boomers nati a cavallo tra i ’50 e i ’60. Nel medio periodo, la situazione potrebbe tornare a essere devastante, almeno fino ai primi anni ’30, quando il sistema diventerà tutto contributivo e decresceranno gli ingressi alla pensione. Il pensionamento però sarà sinonimo d’incertezza perché, al meglio, raggiungerà il 60% della retribuzione odierna e molti dovranno fare acrobazie per arrivare a fine mese. Già oggi circa 2/3 delle pensioni sono sotto i 750 euro mensili e 1/4 sotto i 500. Una soluzione è la rivalutazione dei requisiti anagrafici connessi alla speranza di vita, ma essa può deprimere il tasso di nuove assunzioni. Forse la chiave sta nei meccanismi di uscita dal lavoro con la riduzione progressiva del tempo lavorativo settimanale o garantendo con la fiscalità generale una pensione di base, a cui sommare quella contributiva. I temi sono tanti, dalle pensioni d’oro ai vitalizi per parlamentari e consiglieri regionali. La strada maestra resta creare occupazione aggiuntiva per i giovani in modo da aumentare i contribuenti: la cornice non può essere l’odierno divario generazionale, ma la solidarietà tra generazioni.

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