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Debito e voto sotto la lente delle agenzie di rating

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Debito e voto sotto la lente delle agenzie di rating

  • –Isabella Bufacchi

Il termometro dello spread tra BTp e Bund, consumato nell’era pre-QE per misurare la temperatura del rischio-Paese, “si è rotto” con gli acquisti della Bce ma per contro ancora funziona quello delle agenzie di rating che quest’anno accenderanno i riflettori sul rischio politico in Italia.

L’alto debito pubblico impone all’Italia di concentrare i suoi sforzi sulla sostenibilità della crescita: l’ingovernabilità post elettorale preoccupa le agenzie di rating e i mercati perché porterebbe a uno stallo degli investimenti e delle riforme strutturali di cui ha bisogno di più il paese, formazione e istruzione, deregolamentazione di servizi e prodotti, meno burocrazia e più semplificazioni, meno tasse sul lavoro.

L’Italia è considerata dal mercato una solida “BBB” ed è così che inizia il 2018: cinque rating di cui una sola “A meno”, assegnata dall’agenzia di rating europea Scope esordiente nel 2017 sul fronte dei sovrani, e quattro “BBB” da DBRS (l’unica con segno + e stabile), S&P’s e Fitch con outlook stabile, Moody's con prospettive negative. L’Italia chiude poi un 2017 in chiaro-scuro, con due giudizi negativi, ovvero due declassamenti, e una promozione di Standard & Poor’s che le ha consentito di allontanarsi dalla soglia della BBB meno, il baratro sull’orlo del junk. Guardando avanti, come sintetizzato dagli esperti del fixed income di Société Générale, l’Italia e i suoi rating entrano ora in una “terra di nessuno”: se da un lato la crescita superiore alle attese e l’alta propensione al rischio dei mercati, il debito/Pil che punta al calo con un forte abbattimento della spesa per interessi e la rafforzata stabilità del sistema bancario sono ottimi presupposti per migliorare il rating sovrano, dall’altro lato il rischio politico delle elezioni frena gli entusiasmi sullo standing creditizio di un Paese con uno stock di debito pubblico ancora troppo elevato rispetto al Pil, in area 130 per cento.

L’incertezza si estende dai rating allo spread e dunque al costo del rifinanziamento del debito pubblico. Il mercato, come spesso accade sull’Italia, è diviso tra chi vede rosa e chi teme il nero. Il QE e le previsioni di crescita in Europa e nel mondo per il 2018 fanno ben sperare nella buona performance dell’Italia e del suo rischio creditizio: ma il pericolo di uno stallo politico e di elezioni inconcludenti seguite da nuove elezioni equivale agli occhi del mercato, degli investitori stranieri e della classe imprenditoriale estera in un freno alle riforme strutturali e in un contraccolpo sulla fiducia, due pilastri necessari per consolidare lo sviluppo economico e il calo del debito/Pil in maniera sostenibile sul medio-lungo termine. Il dato di ieri del fabbisogno 2017, in peggioramento di 5,4 miliardi a 53,2, ricorda le nostre vulnerabilità. A pesare sul dato negativo, sono stati, tra l’altro, i 10,2 miliardi sborsati per il salvataggio delle banche.

Quel che continua comunque a far muovere lo spread, anche se meno che in passato, è il rischio politico: il differenziale tra BTp e Bund decennali schizzò all’insù di 70 centesimi nei tre mesi prima del referendum del dicembre 2016 e lo spread è salito fino a quota 210 punti nell’aprile 2017, per colpa delle tensioni politiche pre-elettorali in Francia. A questo si aggiungono, a macchia di leopardo, motivi tecnici: per esempio un calendario di aste pesanti, come questo mese per l’Eurozona, con aste attese per 94 miliardi, di cui 25 miliardi da Italia e Francia ciascuna e solo 12 miliardi dalla Germania.

Sulla scia dei rialzi attesi dei rendimenti dei Treasuries americani e dei Bund e in vista di un potenziale allargamento dello spread per motivi politici, nel corso del 2018 il costo medio alla raccolta, in asta, per l’Italia è previsto al rialzo: ma se anche dovesse salire in media dell’1%, si porterebbe all’1,68% (dallo 0,68% costo medio del 2017), e quindi resterebbe estremamente lontano dai livelli del 6%, 7% e 8% che fecero tremare il mondo durante la Grande Crisi del debito sovrano.

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