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Bonino, il «ruolo» degli alleati e il test dei 5 Stelle

POLITICA 2.0

Bonino, il «ruolo» degli alleati e il test dei 5 Stelle

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

La vicenda di Emma Bonino, che ieri si è risolta, mette a fuoco il tema su quale ruolo debbano giocare gli alleati in coalizione. Se debbano essere semplici portatori d’acqua, subalterni al partito principale o se – invece – debbano conquistarsi un proprio spazio autonomo, anche diverso e magari contrapposto per capitalizzare i consensi. Ecco, uno schema di gioco di quest’ultimo tipo in campo c’è già ed è quello del centro-destra ma ora che l’alleanza tra la Bonino e il Pd è teoricamente possibile si apre il dilemma anche nel centro-sinistra. Quale strategia di coalizione adotterà?

Innanzitutto non è ancora detto che l’alleanza si faccia. È vero che con l’esenzione dall’obbligo di firme per la lista +Europa – ottenuta grazie alla concessione del simbolo di Bruno Tabacci – la strada verso l’intesa si libera da un macigno ma è anche vero che ora la Bonino può trattare da una posizione di maggiore forza. Nel senso che ormai non rischia più di essere esclusa dalle urne e che se deciderà di correre da sola può dare molto fastidio al Pd. È nei collegi uninominali che può guastare la festa a Renzi, rosicchiandogli consensi e mettendone a rischio alcuni: ed è quella l’“arma” contrattuale. Al momento però tra Bonino, Della Vedova, Magi – e ora Tabacci – ci sono idee diverse sul fare o no l’intesa. In primo piano c’è la trattativa sul numero dei seggi: si dice che siano due o tre quelli che sarebbe disposto a concedergli Renzi ma nel negoziato si definisce però anche il tipo di partnership politica.

Se, appunto, è quella dei portatori d’acqua che si accontentano di alcune posizioni in Parlamento mentre in cambio Renzi incasserà i loro voti se non arriveranno alla soglia del 3% o se invece il progetto diventa più sfidante sul superamento della soglia di sbarramento. Per costruirlo ci vuole una presenza visibile nelle candidature e una campagna “autonoma” e distinta. Già il nome, +Europa, crea uno spartiacque naturale con gli altri partiti e porta in dote al Pd un argomento politico, una bandiera in più.

Del resto, dall’altra parte, Berlusconi e Salvini litigano e si sfidano – anche sull’Europa – proprio nella logica della gara, per motivare al massimo i rispettivi elettorati, trascinarli alle urne e sommare i consensi. La regola del “fuoco amico” è infatti quella norma non scritta del proporzionale per cui la concorrenza si fa anche con il tuo vicino di coalizione. È dall’inizio che Salvini non fa altro che ripetere «voglio un voto più di Berlusconi».

L’ultimo dilemma è per i 5 Stelle. Nel nuovo Statuto hanno rotto il tabù delle alleanze dimostrando di voler essere una forza di governo ma resta un’aspettativa. Da chi ha gridato all’inciucio per anni, ci si attende già prima delle elezioni un orientamento su quali alleati cercheranno. Non basta appellarsi a chi ci sta, dopo il voto. Si rivolgeranno a destra o a sinistra? Dovrebbero rispondere se non si sono del tutto “normalizzati” diventando come chi negli alleati cerca solo portatori d’acqua.

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