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La spinta dei Pir vale oltre 10 miliardi

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La spinta dei Pir vale oltre 10 miliardi

  • –Maximilian Cellino

È stato l’indiscusso fenomeno che ha riguardato il mondo del risparmio italiano nell’anno appena concluso. Quello dei Pir, i Piani individuali di risparmio introdotti proprio 12 mesi fa con la Legge di Bilancio non sarà però una meteora, anzi il ritmo con cui è stato raccolto denaro nel nostro Paese promette di proseguire, se non addirittura di accelerare, nel 2018 e negli anni successivi. Lo impone il meccanismo stesso attraverso il quale sono stati creati questi strumenti di investimento, che al medesimo tempo permettono di dirottare risorse importanti alle realtà produttive del Paese.

Per stilare un bilancio definitivo della raccolta 2017 occorrerà attendere ancora qualche giorno, ma è molto probabile che l’asticella dei 10 miliardi di euro indicata dagli analisti (e dallo stesso Ministero delle Finanze) già a metà anno sia stata superata. L’ultima cifra ufficiale è quella pubblicata da Assogestioni, che fissava a quota 7,5 miliardi il bilancio per i primi 9 mesi dell’anno, con una raccolta attorno ai 2,2 miliardi nel terzo trimestre.

È tuttavia verosimile che nell’ultimo scorcio dell’anno vi sia stata un’ulteriore accelerazione, se non altro per motivi di stagionalità e i dati parziali, ma significativi, di cui Il Sole 24 Ore è finora venuto in possesso lo confermano: Banca Mediolanum, prima a muoversi su questo fronte, è passata in soli tre mesi da 1,6 a 2,4 miliardi, Amundi (i cui dati comprendono anche quelli di Pioneer) da 1,3 a 1,7 miliardi, Arca Fondi Sgr da 579 a 909 milioni, Anima da 540 a 700 milioni,Ubi Pramerica da 224 a 295 milioni, mentre Lyxor, attiva con prodotti Etf, è salita da 493 a 641 milioni.

Si tratta in ogni caso di un successo, visto che al momento del lancio il Ministero si limitava a prevedere afflussi per appena 1,8 miliardi, che è appunto destinato a proseguire. Gli analisti di Intermonte Sim, per esempio, prevedono afflussi netti per 12,4 miliardi nel 2018 (dopo i 10,8 miliardi stimati nel 2017) e una progressiva accelerazione negli anni successivi per arrivare fino a una cifra cumulativa vicina ai 68 miliardi nel 2021.

«Di fatto - spiega Guglielmo Manetti, vice-direttore generale di Intermonte - i Pir sono proposti dalle reti di promotori come piani di accumulo, quindi mi aspetto che l’ammontare raccolto quest’anno si confermi anche nel corso del 2018». Chi li ha già sottoscritti difficilmente invece li cederà, perché finirebbe per rinunciare anche a quei benefici fiscali che hanno avuto un ruolo rilevante nel determinare il successo di questi prodotti presso il pubblico retail.

È inoltre da mettere in conto una possibile accelerazione grazie, come spiega Manetti, «alla spinta dei nuovi prodotti proposti dal mondo assicurativo, che si è mosso con ritardo attendendo chiarimenti dall’Agenzia delle Entrate, e anche da parte delle gestioni patrimoniali, che dovrebbero esser più attive». Più difficile invece valutare l’impatto delle novità contenute nella Legge di Bilancio appena varata (e quelle mancate), delle quali si parla in modo più approfondito nell’articolo in basso.

Se il tema delle commissioni in alcuni casi piuttosto elevate che le case di investimento caricano sui nuovi prodotti creati ad hoc per seguire il fenomeno dei Pir è già piuttosto dibattuto (solo le spese di sottoscrizione possono talvolta raggiungere il 5%), l’impatto che quest’ondata forse imprevista di denaro ha avuto sulle società a piccola e media capitalizzazione di Piazza Affari (sulle quali i Pir devono investire il 21% di quanto raccolto) è fuori discussione. Lo dimostra il fatto che, mentre l’indice generale Ftse Italia All Share ha chiuso l’anno con un lusinghiero +15,6%, il Ftse Italia Pir Pmi All Index creato appositamente per seguire l’andamento delle società possibili target dei Piani di investimento ha guadagnato esattamente il doppio (+31,2%).

E ancora più rilevante, sotto l’aspetto del funzionamento stesso dei mercati, è l’incremento dell’attività registrato su un listino come l’Aim Italia (appena ribattezzato Sme Growth Market) riservato espressamente alle Pmi del nostro Paese, che ha visto nel corso dell’anno i volumi moltiplicarsi oltre sei volte (+530%) con la media giornaliera degli scambi passata da 1,2 a 7,9 milioni di euro. Certo, qualche passo in avanti va ancora compiuto perché tanta liquidità non ha al momento ancora sufficienti vie di sbocco. Se per esempio ci si riferisce ancora una volta all’ormai ex-Aim Italia, gli sbarchi di nuove società sul listino sono stati ben 24 nel corso del 2017, ma quando si escludono gli ingressi attraverso Spac oppure operazioni di business combination e pre-booking, il numero delle Ipo non è stato poi così differente da quello del 2016 e inferiore agli anni precedenti.

Su questo fronte l’impatto dei Pir si deve quindi ancora vedere e, se la situazione non dovesse cambiare, esiste non soltanto il rischio di gonfiare oltre misura i prezzi delle (scarse) azioni a disposizione, ma anche quello altrettanto concreto di un’eccessiva concentrazione del capitale delle stesse società quotate nelle mani di quegli stessi fondi che impiegano il denaro riversato su questi strumenti. Se il 2017 si può insomma considerare l’anno della svolta, da ora in poi occorrerà lavorare perché il fenomeno Pir possa alimentare una crescita sana delle Pmi italiane e dei mercati finanziari che le ospitano.

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