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Dossier I partiti e l’Europa: tutti contro il «fiscal compact»

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I partiti e l’Europa: tutti contro il «fiscal compact»

Europa e debito, grandi assenti finora del dibattito politico. Eppure proprio in queste ore la Lega “corregge” Berlusconi rilanciando il tema dell’uscita dell’Italia dall’euro e il candidato premier del M5S Luigi Di Maio “corregge” a sua volta la posizione storica dei grillini sulla necessità di indire un referendum sull’euro («non credo che per l’Italia sia più il momento di uscire dall’euro»). In questo quadro il Pd ha accentuato nelle ultime settimane la sua posizione fermamente pro Europa, e il 20 gennaio prossimo una kermesse a Milano caratterizzerà in senso europeista la campagna elettorale.

Non è più tempo, insomma, degli attacchi all’”Europa degli zero virgola” e “dei burocrati”. Questo non toglie che resta il tema del superamento dell’austerity. L’idea di fondo è sempre quella del «ritorno a Maastricht» ipotizzato da Matteo Renzi: mantenere il deficit sotto il 3% rafforzando nel contempo la crescita. E resta la proposta di rivedere il fiscal compact, considerato un po’ da tutti i partiti una gabbia troppo rigida: la proposta del Pd è che il nuovo fiscal compact tenga conto, oltre che del rapporto tra debito sovrano e Pil, anche della ricchezza finanziaria privata di un Paese (in Italia il debito è finanziato in buona parte con proprie risorse interne e quindi più affidabile) in modo da disegnare tempi di rientro più ragionevoli. Niente uscita dall’euro neanche per il partito capeggiato da Pietro Grasso, Liberi e uguali. I competitor di sinistra del Pd puntano piuttosto sul superamento del fiscal compact attraverso la golden rule: sì al ricorso all’indebitamento per opere di investimento. L’effetto moltiplicatore degli investimenti - spiega il bersaniano Alfredo D’Attorre - porterebbe il bilancio in equilibrio nel giro di tre anni con effetti anche sul debito.

La netta discontinuità dei programmi di politica economica di Forza Italia e Lega si riflettono in modi diversi nel rapporto con l’Europa. Il cuore comune è la Flat tax, cui viene attribuita un capacità espansiva tale (la Lega parla di un Pil in crescita del 3% in termini reali dopo i primi due anni di legislatura) da mettere il deficit/Pil e il debito/Pil su una traiettoria discendente e stabile con un avanzo primario che secondo il partito di Salvini si collocherebbe sopra il 2% del prodotto. Fi accompagnerebbe l’imposta ad aliquota piatta con un taglio del rapporto spesa pubblica Pil di sette punti percentuali nell’arco della legislatura (ora siamo attorno al 47%). Ma se Fi vuole portare avanti la sua policy stance espansiva nel pieno rispetto delle regole comunitarie e senza mettere in discussione la moneta unica, la Lega punta invece a una riformulazione dei Trattati alla luce del mutato contesto economico. Un’unione monetaria per 19 economie è stata una soluzione deleteria e da riconsiderare partendo dalle necessità delle piccole e medie imprese. L’euro è dunque in discussione, ma la soluzione sulla moneta unica dovrebbe essere trovata solo al termine del confronto a tutto tondo sull’Ue, la sua governance e le sue regole economiche a partire dal fiscal compact.

UE E CONTI: PARTITI A CONFRONTO

Per M5S, si diceva, l’uscita dall’euro non è più ora una priorità ma un’extrema ratio. Bisogna «contare di più» in Europa per difendere le imprese italiane e puntare su una riforma della governance dell’Unione che recuperi gli spazi di sovranità sottratti dai Trattati. Una strategia che si coniuga con un’azione di politica economica che punta a uno sfondamento strategico della soglia del 3% del deficit/Pil per finanziare investimenti produttivi e nuovo welfare. Gli equilibri di finanza pubblica? Si raggiungono crescendo di più anche per i pentastellati. Che puntano un po’ ambiziosamente a tagliare 50 miliardi di «spesa pubblica improduttiva» e, in due legislature, abbattere il debito di 40 punti.

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