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Il lavoro vero e la corsa al reddito falso

L'Editoriale|campagna elettorale

Il lavoro vero e la corsa al reddito falso

La campagna elettorale fa strage della ragione e riduce tutto a propaganda. Ma i dati sul lavoro diffusi ieri una cosa la dicono chiara: che le riforme hanno funzionato e l’occupazione è tornata e riguarda anche i giovani. E non c’è bisogno di fare i dissezionatori di numeri da entomologi della materia per affermarlo. Basta citarne due: il tasso di occupazione sale al 58,4% come era prima che scoppiasse la Grande Crisi del 2008 (ma resta sempre distante - è bene ricordarlo - dalla media europea ben sopra il 70%); la disoccupazione giovanile cala al 32,7% con un decremento vistoso del 7,2% in un anno. E finalmente calano anche gli inattivi e gli sfiduciati.

Semmai la nuova sfida, da Paese che in questo campo ha superato l’”età della fame”, è che la discussione pubblica dovrebbe occuparsi della valutazione qualitativa dello scenario e trovare risposte al mancato incontro tra domanda e offerta reale di lavoro (i tecnici che non si trovano ma di cui ci sarebbe grande bisogno) e alla spinta verso la nuova occupazione (gli investimenti nelle nuove frontiere della tecnologie e la formazione più adatta per creare gli skill professionali mancanti).

Va salutata come positiva la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del regolamento sui competence center per creare i luoghi del sapere dove formare i lavoratori 4.0. Un primo passo, soprattutto se si parte dalla vera radiografia del lavoro italiano: il 54% degli occupati dipendenti è operaio, il 37% è impiegato e il 4% è dirigente o quadro. E per lo più senza laurea.

Ed è singolare che proprio il Pd, invece di intestarsi il risultato, difendere quelle riforme e guardare alle nuove sfide si faccia coinvolgere nella corsa al reddito minimo che diventa una rincorsa, soprattutto nominalistica, in risposta all’offensiva dei 5 Stelle sul reddito minimo di cittadinanza.

Non sono entità comparabili, in realtà, ma possono avere entrambi effetti “sistemici” molto rilevanti di cui poco si parla. Il salario minimo orario può avere valore solo come bussola sociale per chi non sia coperto dalla contrattazione, ma la retribuzione oraria per legge deve risultare inferiore a quella oggi garantita dalla contrattazione. Se non dovesse essere così verrebbe snaturato l’intero sistema delle relazioni industriali che, nel bene e nel male, è anch’esso una componente culturale del made in Italy.

Non che l’attuale sistema della contrattazione non debba fare i conti con la fuga nel dumping di una parte (minoritaria) di alcuni dei contratti nazionali. Si tratta di accordi solo apparentemente regolari, nati grazie a certe perversioni giuslavoriste, che fanno concorrenza sleale agli accordi di categoria “ufficiali”. Così come è chiaro che va spostata con maggiore decisione l’asse dei negoziati salariali sugli accordi in azienda, dove è più verificabile lo scambio virtuoso tra retribuzione e produttività. Ma guardare ai 9-10 euro come salario minimo orario rischia di essere un problema più che una soluzione. È in agguato la solita, vecchia risposta adattativa dell’economia informale del sommerso o semi-sommerso che tanta parte purtroppo ha ancora nelle dinamiche dell’economia reale, anche perché quella soglia porterebbe la remunerazione oraria tra le più alte d’Europa e quindi fuori mercato.

Il reddito minimo di cittadinanza invece crea una sorta di narcotico assistenziale per giovani non più incentivati a trovare un lavoro vero, ma soprattutto impone al bilancio pubblico una torsione rilevante nell’allocazione delle risorse. Crea le premesse per remunerare il non-lavoro nella Repubblica che invece sul lavoro è fondata e obbliga a spostare le risorse del welfare, in un momento in cui la sostenibilità del sistema è sotto fortissimo stress. E quando diventa una misura di pura assistenza sociale per far uscire le famiglie dalla povertà diventa assai simile al reddito di inclusione varato a fine legislatura. E, quindi, in teoria, esiste già. Ma è un’altra cosa. Ed è per questo che la chiassosità propria delle campagne elettorali rischia di fare di tutt’erba un fascio e di confrontare l’inconfrontabile, lasciando agli elettori solo confusione e frastuono ideologico.

Parlare di lavoro, in realtà, impone di creare le condizioni per cavalcare le grandi correnti dello sviluppo. Perché Macron va in Cina e si accredita come Mr Europa, piazzando commesse a vantaggio più francese che europeo? Perché i colossi della rete si spartiscono il mondo sugli standard per l’intelligenza artificiale? Perché i guru dell’auto cominciano a dire che va archiviato per sempre il motore a scoppio? Perché il cambio del clima riorienta gli investimenti dei Paesi del G20?

Non è un gioco. Sono solo le domande sollecitate dalla cronaca di oggi (e naturalmente potrebbero essere molte di più), ma il lavoro, quello vero, sta anche nelle risposte che un Paese dà a quesiti di questo tipo. E alzi la mano chi, in campagna elettorale, ci sta almeno provando.

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